Valanga di tweet contro i combustibili fossili: quali titoli cadono

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Uno studio dimostra come tweet e retweet sui disinvestimenti dai combustibili fossili, diventati virali, abbiano abbattuto i prezzi delle azioni di grandi emettitori di carbonio. Ecco perché

Indice

I ricercatori sono partiti dal caso dell’Irlanda, il primo paese al mondo a disinvestire dai combustibili fossili nel 2018

Quando la notizia è diventata virale, in soli tre giorni le più grandi compagnie petrolifere statunitensi hanno perso 14 miliardi di dollari

Un tweet, o meglio una valanga di tweet, può far traballare un’azienda in Borsa? Sì, se si parla di combustibili fossili. Un working paper dal titolo Voice through divestment condotto dalla Solvay Brussels school of economics and management, dalla Stockholm school of economics e dalla Harvard law school e pubblicato lo scorso 13 marzo, ha dimostrato come gli impegni di disinvestimento dai combustibili fossili che diventano virali sui social media abbiano un impatto enorme sui grandi emettitori di carbonio, alterando il loro valore di mercato per miliardi di dollari.

Il caso dell’Irlanda

I ricercatori sono partiti dal caso dell’Irlanda, il primo paese al mondo a disinvestire dai combustibili fossili nel 2018, con l’approvazione di un disegno di legge che imponeva al suo fondo sovrano (l’Ireland strategic investment fund o Isif, ndr) di disinvestire da società che traevano più del 20% dei propri ricavi dai combustibili fossili, quali carbone, petrolio, gas naturale o torba. Quando la notizia è diventata virale, tra tweet e retweet, in soli tre giorni le più grandi compagnie petrolifere statunitensi hanno perso 14 miliardi di dollari, ovvero il 3,1% del loro valore di mercato complessivo. All’epoca, l’Isif aveva posizioni in 38 aziende fossili, con un valore di portafoglio di 72 milioni di euro; ma aveva in pancia solo 16 dei 40 titoli che crollarono.

Le ragioni della caduta

Secondo gli studiosi, a seguito della copertura mediatica dell’evento, gli investitori hanno iniziato a rivalutare le loro stime sugli stranded asset (o “beni incagliati”, investimenti che perdono valore prima di essere completamente ammortizzati a causa dell’impatto di vari cambiamenti, ndr), considerando l’impegno irlandese come “un indicatore di un cambiamento sociale e politico” in atto. Di fatto, i ricercatori non hanno rilevato alcun ulteriore evento significativo che potesse aver determinato il crollo del prezzo delle azioni, nei giorni immediatamente successivi alla notizia. Secondo Marco Becht, uno degli autori del rapporto intercettato dal Financial Times, la decisione dell’Irlanda celava una portata “innovativa” in quanto andava oltre i gruppi religiosi o le università, fino ad allora principali promotori dei disinvestimenti dai combustibili fossili.

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“Le promesse di disinvestimento sono dichiarazioni di disapprovazione che riecheggiano sui social media e sulla stampa e che vengono ascoltate da politici, clienti, dipendenti e consigli di amministrazione”, spiegano di fatto i ricercatori. “Grazie al suo impatto sulle preferenze sociali e sulla politica, il movimento di disinvestimento genera ulteriori disinvestimenti da parte di investitori razionali e avversi al rischio, anche quelli che non hanno alcun imperativo etico contro il carbone, il petrolio, il gas, le emissioni di carbonio e il cambiamento climatico”. Il riferimento è al movimento “Go fossil free”, cui hanno aderito finora 1.559 istituzioni, dalle 181 del 2014. “In molti casi, le promesse di disinvestimento sono diventate virali e hanno proceduto impegni net-zero di paesi, regioni e città. Inoltre, l’impatto di tali disinvestimenti non si limita alle aziende produttrici di combustibili fossili, ma si estende a tutti i grandi emettitori di carbonio, come l’industria del cemento”, chiarisce il rapporto. I ricercatori hanno infatti esaminato i 20 giorni con il maggior numero di tweet e retweet relativi ai disinvestimenti da parte degli investitori (come fondi sovrani, trust e fondazioni) tra il 2014 e il 2021, per poi analizzare i prezzi delle azioni dei più grandi emettitori a stelle e strisce, estratti da un elenco annuale noto come Carbon Underground 200. Quello che è emerso è che, in media, tali prezzi sono diminuiti di circa l’1% nei giorni successivi a un tweet virale di disinvestimento, che equivale a una perdita media di circa 1,5 miliardi di dollari per azienda in soli tre giorni.

Le critiche

Dall’altra parte c’è chi ha assunto una posizione critica nei confronti dei disinvestimenti, dichiarando che impedirebbero agli investitori responsabili di impegnarsi con le aziende perseguendo politiche attive di comunicazione e di voto che ne influenzino le decisioni. Un punto di vista condiviso anche da alcuni dei principali operatori del settore. “Il disinvestimento, ad oggi, ha ridotto di circa zero tonnellate le emissioni”, aveva dichiarato per esempio nel 2019 Bill Gates. Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, ha avanzato un’argomentazione simile nella sua lettera annuale ai ceo del 2022: “Il disinvestimento da interi settori, o semplicemente il passaggio delle attività ad alta intensità di carbonio dai mercati pubblici a quelli privati, non si tradurrà nel raggiungimento dell’obiettivo delle zero emissioni nette”, scriveva Fink. Sottolineando come BlackRock non persegua il disinvestimento dalle società petrolifere e del gas come strategia. Secondo i ricercatori, in definitiva, il disinvestimento può guidare il cambiamento verso un mondo a zero emissioni; ma solo se collegato “a un movimento sociale più ampio attorno a una narrazione economica convincente”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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