Transizione green, lezioni dal passato: il lato oscuro della crisi

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Sebbene la pandemia abbia determinato un calo temporaneo delle emissioni di carbonio, le crisi del passato dimostrano che gli shock finanziari possono avere anche un effetto negativo sulle performance ambientali delle aziende. Il Fondo monetario internazionale spiega perché

Le aziende di piccole dimensioni, prive di rating e meno disposte a pagare dividendi, registrano in media un punteggio ambientale del 10-30% inferiore rispetto alle altre

Le ricadute economiche della pandemia potrebbero limitare la capacità delle imprese di investire in progetti verdi e rallentare la transizione verso un mondo a basse emissioni

Un improvviso shock finanziario, paragonabile a quanto accaduto nella prima metà del 2020, genererebbe un crollo delle performance ambientali delle aziende tale da non poter essere recuperato neppure a tre anni dalla crisi

Nell’immaginario collettivo continuano a illuminarsi le rilevazioni del satellite Copernicus Sentinel-5P dell’Agenzia spaziale europea, che nelle prime settimane di lockdown mostravano una riduzione dell’inquinamento atmosferico specialmente nelle regioni settentrionali del Belpaese. Ma sebbene le misure di contenimento dei contagi e la conseguente chiusura delle attività economiche abbiano determinato un calo temporaneo delle emissioni globali di carbonio, l’impatto della pandemia sulla transizione green resta incerto. Secondo il Global financial stability report: bridge to recovery del Fondo monetario internazionale, che ha analizzato un campione di società quotate a livello internazionale tra il 2002 e il 2019, la crisi potrebbe avere anche un effetto negativo sulle performance ambientali delle imprese. E la storia dimostra.
Stando a quanto rilevato, la performance ambientale delle aziende vincolate dal punto di vista finanziario, in genere di piccole dimensioni, prive di rating e meno disposte a pagare dividendi, è significativamente più debole rispetto a quella delle società non vincolate. Considerandola come un punteggio basato su diversi indicatori quali l’utilizzo delle risorse, la contrazione delle emissioni e l’innovazione dei prodotti, secondo l’Fmi le piccole aziende registrano in media una valutazione del 10-30% inferiore rispetto alle imprese di grandi dimensioni. In questo contesto, uno shock con rilevanti implicazioni macroeconomiche e finanziarie come la crisi pandemica finirebbe per incrementare l’incertezza e bloccare le attività economiche, amplificando di conseguenza i vincoli finanziari per le imprese e influenzando negativamente anche gli investimenti green.
Da un lato, dunque, “la pandemia potrebbe aumentare la consapevolezza sui rischi ambientali e indurre un cambiamento strutturale nelle preferenze dei consumatori e degli investitori, fornendo un’opportunità per accelerare la transizione green”, spiegano i ricercatori. Ma dall’altro “le ricadute economiche della crisi potrebbero limitare la capacità delle imprese di investire in progetti verdi”, generando di fatto l’effetto opposto.

Come mostrato dal grafico sottostante, un improvviso shock finanziario, paragonabile a quanto accaduto nella prima metà del 2020, determinerebbe di fatto un calo delle performance ambientali delle aziende. Una voragine tale da non poter essere recuperata neppure a tre anni dalla crisi.

Di conseguenza, secondo i ricercatori è necessario “attuare politiche climatiche che allevino i vincoli finanziari delle imprese e supportino gli investimenti verdi”. In primo luogo, spiegano, un reporting aziendale “comparabile e coerente”, che permetterebbe una valutazione più efficace delle prestazioni ambientali delle aziende. Ma anche una standardizzazione di ciò che costituisce un fondo di investimento sostenibile, in modo tale da instillare negli investitori la fiducia che la sostenibilità non rappresenti soltanto “un’etichetta”. Per non dimenticare poi una più profonda cooperazione internazionale, fondamentale a “incentivare gli sforzi ed evitare una frammentazione del mercato degli asset sostenibili”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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