Il Bancomat per trovare risorse per la prossima Manovra finanziaria potrebbe essere, ancora una volta, quello bancario. “Come Lega chiederemo un contributo triennale alle prime dieci banche italiane, su un utile di 30 miliardi, ti accontenti di un 5% l’anno”, ha dichiarato il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Il prelievo, che sulla base dei 30 miliardi di imponibile immaginati varrebbe 1,5 miliardi di euro l’anno, andrebbe a sommarsi al “pizzicotto” tirato a banche e assicurazioni nella scorsa Legge di Bilancio, che aveva stimato di estrarre nel 2027 risorse pari a 0,19 punti di Pil. Un portavoce di Salvini ha infatti precisato al Financial Times che la nuova misura sarebbe aggiuntiva rispetto a quelle temporanee già introdotte con la Manovra 2026.
L’idea che il governo abbia fatto sempre retromarcia sulle imposte relative agli extraprofitti non regge alla prova dell’aritmetica elaborata l’anno scorso per far tornare i conti della Manovra. In sintesi, l’imposta sugli extraprofitti originaria, quella del 2023, era stata modificata in modo da poter essere evitata attraverso accantonamenti di capitale più che proporzionali all’imposta. L’anno scorso, poi, il governo ha consentito alle banche di sbloccare queste riserve precauzionali, permettendo così di distribuirle come dividendi, a patto di pagare un’imposta. A questo meccanismo si sono aggiunti l’aumento temporaneo dell’Irap e il rinvio dell’utilizzo delle DTA. Nel complesso il pacchetto era stato costruito per ricavare dal comparto bancario e assicurativo 0,19 punti di Pil sia nel 2026 sia nel 2027: un ordine di grandezza nettamente superiore a quello della nuova imposta del 5% sui profitti bancari, che sulla base indicata da Salvini peserebbe circa 0,06 punti di Pil.
Il nuovo contributo sarebbe dunque un “pizzicottino” aggiuntivo, molto meno rilevante sul piano fiscale rispetto alle misure già messe in conto a legislazione vigente, ma capace di aumentare ulteriormente il prelievo sul settore. Del resto, una sostituzione del vecchio sistema con il nuovo avrebbe prodotto un risultato paradossale: sarebbe stata di fatto un regalo al settore, mascherato da dispetto, lasciando contemporaneamente al Mef il problema di trovare altrove le coperture mancanti.
Le cinque maggiori banche verso un nuovo record di utili
In ogni caso, il governo continua a vedere nel successo delle banche italiane il bersaglio ideale per fare cassa senza perdere consenso. La forza del settore, del resto, è stata confermata nel primo semestre del 2026, nonostante una nuova crisi energetica che avrebbe potuto deteriorare la qualità del credito. Al contrario, le prime cinque banche hanno realizzato utili per circa 15,1 miliardi di euro nel primo semestre (+6%), con un secondo trimestre da 7,6 miliardi, in aumento dell’1% anno su anno e del 2% rispetto al trimestre precedente. L’esposizione ai crediti deteriorati resta inoltre vicina ai minimi storici: il rapporto medio fra Npe lordi e impieghi era del 2,2% a fine giugno e quello netto dell’1,1%.
L’aumento dei tassi Bce di giugno e quello atteso a settembre potrebbero inoltre dare ulteriore fiato al margine d’interesse: a giugno Francoforte ha alzato i tassi di 25 punti base e l’83% degli economisti interpellati nell’ultimo sondaggio Reuters prevede un’altra stretta a settembre. Se nella seconda metà dell’anno gli utili rimanessero semplicemente in linea con quelli realizzati nello stesso periodo del 2025, le cinque maggiori banche arriverebbero a circa 27,6 miliardi di euro nell’intero 2026, toccando un nuovo record. Una semplice annualizzazione dei 15,1 miliardi del primo semestre porterebbe addirittura poco sopra i 30 miliardi. Morningstar DBRS mantiene del resto una valutazione positiva sugli utili per il resto del 2026, grazie alla tenuta del margine d’interesse e alla forte generazione di commissioni.
Questo offre, almeno sulla carta, l’assist per un prelievo fiscale aggiuntivo, anche se necessariamente non nella forma di un’imposta sugli extraprofitti: rispetto al 2025 la crescita degli utili potrebbe non superare di molto il miliardo di euro, non certo una base imponibile enorme.
Scope: il 5% sarebbe gestibile, ma cresce il rischio di interventi ripetuti
Assumendo che l’imposta del 5% proposta da Salvini venga realizzata, l’impatto sui bilanci delle banche non avrebbe effetti tali da modificare solidità e profilo di rating, ha dichiarato l’agenzia Scope Ratings in una nota. “Una tassa sugli extraprofitti colpirebbe le banche italiane proprio mentre stanno beneficiando di un contesto operativo favorevole. La redditività è ai massimi da decenni grazie alla tenuta del margine di interesse, alla crescita delle commissioni e a un solido controllo dei costi. La qualità degli attivi rimane buona e il costo del credito è inferiore ai minimi degli ultimi dieci anni”, ha dichiarato l’analista di Scope Ratings, Karlo Fuchs. “Le tensioni geopolitiche non hanno avuto effetti sulle banche italiane, consentendo loro di concentrarsi sul rafforzamento dei propri modelli di business in vista del futuro. Le operazioni di M&A, sia domestiche sia internazionali, si sono intensificate, creando le condizioni per una maggiore diversificazione dei ricavi e ulteriori guadagni di efficienza. In questo contesto, un prelievo del 5% sugli utili avrebbe un impatto neutrale sul merito creditizio della maggior parte delle grandi banche, soprattutto se fosse calcolato sull’utile netto”.
Per Fuchs il limite dell’affrancamento delle riserve con cui il governo ha tassato di fatto le banche a partire da quest’anno ha il limite di non aver realmente ampliato la base imponibile, in quanto commisurato alle riserve accantonate una tantum per evitare l’imposta precedente. Terminato questo serbatoio il governo dovrebbe quindi inventare nuovi modi di fare cassa con gli utili bancari.
L’effetto collaterale di “una tassazione ad hoc potrebbe incidere sul sentiment degli investitori e determinare un aumento dei costi di finanziamento e del costo del capitale proprio”, ha notato Fuchs. “Questo potrebbe diventare un fattore negativo per il merito creditizio qualora il contesto dovesse peggiorare e, anziché continuare a distribuire il capitale in eccesso, le banche fossero costrette a raccogliere nuovo capitale, in particolare in presenza di un deterioramento dello scenario macroeconomico”.
C’è poi un problema di concorrenza: il governo italiano, tassando i suoi campioni bancari, favorisce indirettamente le concorrenti estere, quando già oggi le banche italiane “sostengono strutturalmente un carico fiscale più elevato rispetto alla maggior parte delle altre banche europee e a molte istituzioni finanziarie non bancarie”.
Dagli extraprofitti da tassi alle commissioni: perché oggi il quadro è diverso
Il presupposto del 2023 era che le banche stessero lucrando su un aumento degli utili determinato da condizioni eccezionali, l’improvviso aumento dei tassi, godendo di rendite di posizione asimmetriche: i correntisti hanno ricevuto poche briciole di rendimento e l’espansione dei margini dovuta al rialzo dei tassi l’ha quasi tutta incassata la banca. Oggi, però, una parte crescente degli utili deriva dalle commissioni incassate sui servizi: un’attività che rende solo a fronte di una reale competitività della banca. Nel primo semestre le commissioni nette delle cinque maggiori banche sono aumentate del 12% e i ricavi diversi dal margine d’interesse sono saliti al 47% del totale, dal 45% di un anno prima. Per Salvini, però, il concetto resta più semplice: “Diciamo che in quella differenza tra quello che la banca dà e quello che la banca chiede, uno spazio per chiedere un contributo c’è”.

