La Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi con voto unanime, ma ha al tempo stesso preparato il terreno per un possibile intervento più avanti, grazie a una rapida rielaborazione degli scenari macroeconomici aggiornata all’11 marzo, dunque già comprensiva degli effetti della guerra in Iran. Nella dichiarazione ufficiale, la Bce afferma di essere “ben posizionata per affrontare questa incertezza”, grazie a un punto di partenza molto diverso rispetto al 2022, quando lo shock energetico colpì un’economia già alle prese con un’inflazione molto più elevata.
Nello scenario di base elaborato dallo staff della Bce — che, come ha precisato Christine Lagarde, non incorpora eventuali future modifiche dei tassi — la crescita è stata rivista al ribasso e l’inflazione al rialzo. In particolare, l’inflazione complessiva è attesa in media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. Per l’inflazione al netto di energia e alimentari, lo staff prevede invece una media del 2,3% nel 2026, del 2,2% nel 2027 e del 2,1% nel 2028. “Anche questo profilo è più elevato rispetto a quello delle proiezioni di dicembre, principalmente a causa della trasmissione dei prezzi energetici più alti all’inflazione di fondo”. Sul versante della crescita, le nuove stime indicano un Pil medio dello 0,9% nel 2026, dell’1,3% nel 2027 e dell’1,4% nel 2028.
“Le implicazioni nel medio termine dipenderanno sia dall’intensità e dalla durata del conflitto sia da come i prezzi dell’energia si trasmetteranno ai prezzi al consumo e all’economia”, ha affermato il Consiglio direttivo, ribadendo il proprio approccio dipendente dai dati e riunione per riunione.
La lezione del 2022 pesa sull’approccio della Bce
Il tono generale della conferenza stampa, tuttavia, ha lasciato intendere una Bce poco incline ad attendere troppo. La lezione del 2022 — quando l’istituto di Francoforte impiegò cinque mesi dall’invasione russa dell’Ucraina prima di alzare i tassi — sembra aver suggerito un atteggiamento più vigile verso il rischio che lo shock energetico si propaghi all’economia.
“In questi quattro anni, abbiamo imparato molto. Abbiamo migliorato i nostri modelli. Abbiamo cambiato strategia. E ora siamo, in particolare, più attenti ai rischi che circondano lo scenario di base”, ha affermato Lagarde. La presidente ha poi insistito sulla differenza cruciale rispetto al passato: “Credo che un altro elemento da tenere a mente sia che, nel 2022, quando lo shock colpì, l’inflazione era già al 6%. Questa è una differenza enorme rispetto alla situazione attuale, in cui l’ultima rilevazione è stata dell’1,9%”.
Lagarde ha però aggiunto anche un’avvertenza importante: “Le aspettative di inflazione hanno molto a che fare con la memoria inflazionistica incorporata da famiglie e imprese. Nel 2022 quella memoria risaliva molto indietro nel tempo. Oggi invece è piuttosto fresca, perché le persone hanno sperimentato direttamente l’inflazione”. In altre parole, la Bce potrebbe scegliere di reagire più rapidamente proprio perché si aspetta che lavoratori e imprese siano a loro volta più rapidi nel domandare adeguamenti a un costo della vita che ha già eroso il potere d’acquisto in tempi recenti.
La presidente ha chiarito anche il punto su cui si concentrerà l’attenzione di Francoforte nelle prossime settimane: “Dobbiamo dotarci dei migliori strumenti di lettura e della migliore capacità di anticipazione possibile per capire dove stiano andando, ammesso che si manifestino, questi effetti indiretti e di secondo impatto”.
I mercati leggono una Bce più falco
Queste considerazioni hanno prodotto sui mercati reazioni tipiche da retorica “falco”. L’euro ha guadagnato lo 0,59% sul dollaro, salendo a 1,1519. Il rendimento del Bund tedesco a un anno è salito al 2,35%, mentre il titolo di Stato italiano a un anno è salito più moderatamente al 2,391%.
Nessuna vera reazione, invece, dal mercato azionario: il Ftse Mib è rimasto in profondo rosso, a -2,44%, segno che per ora il messaggio della Bce pesa più sulle aspettative di tasso e sul reddito fisso che non sulla propensione al rischio degli investitori azionari.
Lagarde è apparsa poco impegnata nel fornire indicazioni precise sulla politica monetaria, ma il forte accento posto sui rischi legati al conflitto, sulla vigilanza rispetto agli effetti di secondo impatto e le rilevanti revisioni delle proiezioni macroeconomiche (inclusa l’inflazione core) non sono bastati a smuovere la convinzione dei mercati che la Bce sarà costretta ad alzare i tassi nel corso dell’anno”, ha commentato il senior analyst di Ebury, Roman Ziruk, “questa inclinazione più ‘falco’ rafforza la nostra view secondo cui la Bce è oggi più propensa ad aumentare i tassi piuttosto che a ridurli. Con gli investitori che ora attribuiscono una probabilità del 50% a un rialzo dei tassi già dal prossimo mese, l’euro resta ben supportato nella seduta odierna, nonostante il balzo dei prezzi del gas naturale che aveva inizialmente deteriorato il sentiment”.

