Il capitale c’è, ma non arriva abbastanza alle imprese
Il punto non è se il private capital stia crescendo. Il punto è dove cresce davvero e dove invece fatica ancora a tradursi in capitale per l’economia reale.
Nel 2025 le risorse gestite dal private capital a livello globale hanno raggiunto 22 trilioni di dollari e sono attese a 30 trilioni entro il 2030. In Italia, invece, la raccolta si è fermata a 3,4 miliardi di euro, in calo del 46%, con appena 44 soggetti attivi.
Il dato che cambia la prospettiva è un altro: il peso della ricchezza privata nella raccolta globale è destinato a salire dal 16% del 2022 al 22% del 2032. Per private banker, family office e wealth manager significa una cosa molto semplice: il capitale privato non è più un tema laterale, ma uno snodo centrale della costruzione patrimoniale.
Le famiglie sono più ricche, ma il risparmio si assottiglia
La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha toccato un nuovo record: 6.271 miliardi di euro a marzo 2025. Ma nello stesso tempo solo il 41% dei nuclei familiari riesce ancora ad accantonare una parte del reddito.
È questa la frattura che conta davvero. La massa patrimoniale esiste, ma la capacità di destinarla a investimenti di medio-lungo periodo si è fatta più fragile.
In questo contesto cambiano anche le logiche di allocazione: liquidità, fondi & equity, prodotti previdenziali e assicurativi, ma anche Etf, crypto e digital assets competono per la stessa attenzione. Chi costruisce portafogli dovrà spiegare meglio il rapporto tra orizzonte temporale, illiquidità e rendimento atteso.
Il dato più forte: le imprese private ormai contano più delle quotate
Il mercato sta cambiando struttura. In Italia le società oggi nel portafoglio del private equity sono circa 1.400, a cui si aggiungono circa 1.200 società del venture capital. Le quotate sono circa 400.
Non è solo un divario numerico. È il segnale che una quota crescente di crescita, innovazione e trasformazione industriale si forma fuori dai mercati pubblici.
Per chi fa wealth, il punto è netto: continuare a presidiare quasi solo i listini significa rappresentare sempre meno l’economia reale.
Private debt, il vero cambio di paradigma
Se c’è un numero che racconta il cambiamento meglio di tutti, è quello del private debt. In Europa le masse gestite dagli operatori di private debt sono oggi 10,6 volte quelle di quindici anni fa. Nello stesso periodo i finanziamenti bancari alle società non finanziarie sono cresciuti appena di 1,1 volte.
Questo significa che la finanza privata non sta più solo affiancando il credito bancario. In molti segmenti lo sta già ridisegnando.
Per family office e wealth manager il private debt smette così di essere una semplice alternativa tattica e diventa una leva strutturale per coniugare rendimento, diversificazione e sostegno all’economia reale.
Mondo in ripresa, Italia ancora selettiva
Sul fronte degli investimenti, il quadro è meno lineare di quanto sembri. A livello globale, nel 2025, gli investimenti sono saliti a 660 miliardi di dollari, in crescita del 14% rispetto al 2024. In Italia, invece, l’ammontare è sceso del 22% a 16,1 miliardi di euro, soprattutto per il rallentamento delle infrastrutture.
Dentro questo dato, però, il mercato si muove in modo selettivo. Il venture capital è tornato a crescere del 46%, mentre il private equity è rimasto quasi stabile a -8%, con focus sul mid market.
Non è un mercato fermo. È un mercato più esigente, più segmentato, più difficile da leggere con categorie vecchie.
La selettività è diventata la nuova regola
La fase non premia più l’esposizione generica all’asset class. Premia track record, specializzazione, capacità di distribuire liquidità e qualità del gestore.
A dirlo è Stefano Cervo, Partner Kpmg, Head of Private Equity:
«A livello globale, il private capital (e in particolare il private equity) è ormai un’industry matura, caratterizzata da un’elevata competitività. Gli investitori mostrano una crescente selettività nell’allocazione dei capitali, privilegiando operatori di grande dimensione o con una forte specializzazione, capaci di offrire un track record solido, non solo in termini di generazione di rendimenti, ma anche di distribuzione di liquidità agli investitori».
La parola chiave, qui, è liquidità. Perché la domanda non è più soltanto dove investire, ma quando e come il capitale torna davvero al cliente.
Per il wealth il tema non è più se entrare, ma come
Il mercato si sta spostando verso mercato secondario, club deal, family office, investitori retail, nuove forme di intermediazione, nuove strutture di fondi e nuove soluzioni di liquidità.
Questo rende insufficiente l’approccio tradizionale. Il cliente patrimoniale non chiede solo accesso. Chiede chiarezza su tempi, struttura, liquidabilità, rischi e ruolo dell’investimento nel portafoglio complessivo.
È qui che si misura la qualità della consulenza. Restare troppo prudenti rischia di lasciare fuori una parte crescente del valore. Spingere illiquidità senza contesto rischia invece di compromettere la fiducia.
Serve finanza intelligente, non solo capitale
Il punto finale è industriale prima ancora che finanziario.
Innocenzo Cipolletta, presidente Aifi, lo sintetizza così: «La struttura produttiva delle imprese è mutata nel tempo e sta continuando a cambiare, serve finanza intelligente che le capisca».
Anna Gervasoni, direttrice generale Aifi, allarga il quadro: «Il ruolo del private capital è stato decisivo nel tempo per la trasformazione dell’industria italiana. Nei prossimi anni vedremo più propensione all’investimento in questa asset class e una maggior attitudine delle imprese a ricorrere a questo strumento per affrontare la transizione e le sfide tecnologiche».
La domanda, quindi, non è più se i private markets entreranno sempre di più nei portafogli. La domanda è chi saprà farlo con abbastanza disciplina, trasparenza e selezione.

