Azioni in declino: Btp batteranno Wall Street da qui a dieci anni?

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Un uomo in giacca e cravatta è seduto a una scrivania con le braccia incrociate, esaminando attentamente i monitor dei computer che mostrano grafici finanziari e grafici S&P 500. L'ambiente dell'ufficio comprende scaffali e una finestra sullo sfondo, che riflettono un'atmosfera concentrata.

Con un rentimento annuo del 3%, nel prossimo decennio l’S&P 500 sarebbe facilmente battuto dalle obbligazioni, afferma Goldman Sachs

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Il brivido della Borsa dovrebbe premiare chi mette il proprio denaro a rischio per periodi di tempo lunghi, come un decennio: nel recente passato è stato così, ma in futuro il premio per chi corre questo rischio potrebbe essere davvero magro. Nei prossimi dieci anni, la performance media annua delle azioni americane dovrebbe scendere al 3%, dopo l’esuberante 13% annuo registrato nel decennio alle nostre spalle, secondo quanto scrivono gli analisti di Goldman Sachs, una delle più influenti banche d’affari al mondo. Questa previsione è il risultato di un modello di regressione, un popolare strumento statistico utilizzato per analizzare la relazione tra una serie di fattori chiave (valutazioni, concentrazione di mercato, frequenza di contrazioni economiche, redditività aziendale e tassi di interesse) sui rendimenti azionari a lungo termine.

Se le cose andassero davvero come prevedono gli analisti di Goldman, il rischio di investire in azioni non varrebbe decisamente la candela. Ancora oggi, un Btp a dieci anni garantisce un rendimento lordo annuo del 3,5% circa. Un ritorno, dunque, non solo superiore a quello che gli analisti di Goldman si attendono dal mercato azionario Usa, il più dinamico e importante al mondo, ma anche più sicuro, in quanto accompagnato dalla garanzia sulla restituzione del capitale a scadenza, tipica dell’investimento in titoli obbligazionari.

A manifestare una migliore chance di guadagno sui bond sono gli stessi analisti della banca d’affari americana, per i quali ci sono oltre sette possibilità su dieci che le obbligazioni renderanno più delle azioni americane nell’arco del prossimo decennio. Si tratterebbe di una sottoperformance storica per le azioni, dato che dal 1930 le azioni hanno battuto i bond nell’87% dei casi, considerando orizzonti a dieci anni. Detta altrimenti, le chance di rimetterci, investendo in azioni anziché in bond, sono cinque volte più elevate rispetto alla media.

La forchetta delle previsioni, nello scenario più ottimistico, potrebbe portare i ritorni delle azioni al 7% annuo nella media del prossimo decennio: anche in questo caso si tratterebbe di un ritmo quasi dimezzato rispetto al 13% registrato negli ultimi dieci anni e nettamente più basso della media di lungo termine dell’11%. Goldman Sachs, inoltre, stima che ci sia una possibilità su tre che le azioni non riusciranno nemmeno a pareggiare l’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione.

Il ritorno medio del 3% previsto da Goldman è decisamente più pessimista rispetto a quello atteso dal consenso di 21 asset manager, per i quali, in media, l’S&P 500 dovrebbe realizzare il 6% annuo nell’arco del prossimo decennio.

L’effetto-tassi che favorisce i bond

Alla base di questo ragionamento c’è un dato immediatamente chiaro: i tassi d’interesse attuali sono molto più elevati rispetto a quelli osservati nella media degli ultimi dieci anni. Con i tassi rasoterra, si era parlato per lungo tempo dell’assenza di alternative alle azioni (“There is no alternative”, o “Tina”), alla luce di rendimenti obbligazionari molto bassi. Oggi, lo scenario si è ribaltato: con i tassi di interesse a lungo termine che si trovano in una posizione relativamente alta rispetto alla storia recente, le azioni devono competere con rendimenti più elevati offerti dai titoli di Stato, il che può rendere meno attraenti gli investimenti azionari. A conti fatti, ciò dirotta parte del denaro che altrimenti sarebbe andato sulle azioni verso altre forme di investimento, con le obbligazioni in testa.

La frenata delle Magnifiche 7 in arrivo?

Oltre ai tassi, a penalizzare il potenziale di crescita futuro della Borsa americana è la concentrazione dell’indice di riferimento su una manciata di grandi aziende, il cui andamento influenza in modo molto più che proporzionale la performance complessiva. Per essere più chiari, le sorti delle prime 10 aziende dell’S&P 500 rappresentano oltre un terzo (36%) dell’indice, influenzandone drasticamente l’andamento. La concentrazione dell’indice sui titoli “più grossi” è al livello più alto mai visto negli ultimi 40 anni.

Buona parte di questa top ten è occupata dai colossi tecnologici: Apple, Nvidia, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta Platforms e Tesla. “L’attuale livello estremamente alto di concentrazione del mercato è uno dei principali freni sulla nostra previsione di rendimento: se il nostro modello escludesse questa variabile, la nostra previsione di rendimento di base sarebbe di circa 4 punti percentuali più alta“, hanno affermato gli analisti di Goldman. “La nostra analisi storica mostra che è estremamente difficile per qualsiasi azienda mantenere alti livelli di crescita delle vendite e margini di profitto per periodi prolungati. Lo stesso problema affligge un indice altamente concentrato”.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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