Piazza Affari, obiettivi di sostenibilità per il 74% delle blue chip

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Il green come cornice in cui orientare priorità e rischi: secondo una ricerca di Kpmg e Nedcommunity, il 74% delle blue chip di Piazza Affari definisce obiettivi specifici legati alla sostenibilità. Ma non sono le uniche a comprenderne l’importanza, anche in termini di competitività

A tre anni dall’applicazione del decreto 254, circa 100 aziende hanno formalizzato la governance di sostenibilità a livello di board

Le tematiche considerate risultano essere sempre più specifiche e legate al business, come il cambiamento climatico (68%), la qualità, l’accessibilità e la soddisfazione dei clienti (87%) e la salute e la sicurezza sul lavoro (81%)

Pier Mario Barzaghi, partner di Kpmg: “ci aspettiamo un’ulteriore crescita di questo fenomeno con particolare attenzione anche ai processi di pianificazione”

Il raggiungimento degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile definiti dalle Nazioni Unite, anche conosciuti come “Agenda 2030”, rientra sempre più tra gli impegni delle imprese italiane, anche ai tempi della crisi. Il 74% delle blue chip di Piazza Affari definisce obiettivi specifici legati alla sostenibilità e l’84% di queste ultime fa riferimento a precisi indicatori, anche se di breve periodo. Un trend, secondo Pier Mario Barzaghi, partner di Kpmg, destinato a perdurare.
Una recente ricerca condotta da Kpmg e Nedcommunity, l’associazione italiana dei consiglieri indipendenti, ha posto al vaglio le dichiarazioni non finanziarie (dnf) pubblicate da 200 aziende, di cui 147 (33 sul Ftse Mib) che redigono la dnf perché quotate e 13 che redigono la dnf in forma volontaria. Nello specifico, il 29% delle imprese appartiene al settore industriale, un ulteriore 29% al settore dei beni di consumo, il 26% al settore finanziario e il 16% all’energy and utilities.

Quello che è emerso è che a tre anni dall’applicazione del decreto 254 (sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di alcune imprese e alcuni gruppi di grandi dimensioni, ndr), circa 100 aziende hanno formalizzato la governance di sostenibilità a livello di board, in crescita dell’86% rispetto al 2017, e oltre 100 aziende hanno definito una strategia di sostenibilità (+230%). Inoltre, più di 160 imprese hanno formalizzato almeno una policy inerente ai temi del decreto (+13%) e circa 140 hanno sviluppato sistemi di gestione dei rischi esg integrati (+53%). “Un approccio strategico ai temi esg è sempre più importante per la competitività delle imprese – spiega infatti lo studio – Può portare benefici in termini di gestione del rischio, riduzione dei costi, accesso al capitale, relazioni con i clienti, gestione delle risorse umane e capacità di innovazione”.

Sul fronte dei board, 98 aziende su 200 hanno delegato le responsabilità a un comitato endoconsiliare, 69 a un comitato controllo e rischi, 17 a un comitato nomine e governance, e 12 a un comitato sostenibilità, anche se – precisa lo studio – alcune società particolarmente virtuose, oltre al comitato sostenibilità, hanno delegato le responsabilità anche a un secondo comitato. Se le aziende degli altri paesi europei tendono a prediligere la presentazione di un’informativa nella relazione annuale, inoltre, l’80% delle imprese italiane punta su una relazione distinta, il 17% su una specifica sezione contenuta nella Relazione sulla gestione (Rg) e il 3% su una sezione della Rg che rimanda ad altre sezioni.

Nel confronto con gli stakeholder, invece, il 93% delle intervistate dichiara di aver coinvolto gli stessi nell’aggiornamento della materialità, in crescita dell’8% rispetto al 2018, mentre il 64% afferma di considerare sia gli stakeholder interni che esterni (+53%). Si parla in primis di dipendenti per il 33%, ma anche di clienti (31%), fornitori (31%), enti e comunità (28%) e investitori (19%), coinvolti soprattutto tramite questionari (58%), interviste (31%), workshop (17%) e forum (8%).

Le tematiche considerate risultano essere sempre più specifiche e legate al business, come il cambiamento climatico (68%), la qualità, l’accessibilità e la soddisfazione dei clienti (87%) la salute e la sicurezza sul lavoro (81%), la gestione responsabile della supply chain (70%), la compliance (60%) e la sostenibilità nelle strategie di business (24%). In calo rispetto al 2018 l’interesse per la gestione delle risorse idriche, le relazioni con enti e istituzioni e l’anti-corruzione. In termini di rischi, invece, per l’89% almeno uno è legato agli aspetti ambientali, come il cambiamento climatico, i consumi e gli scarichi idrici, e l’indisponibilità delle materie prime. In rosso, invece, l’inclusione nella disclosure della violazione dei diritti umani diretti o lungo la catena della fornitura, la biodiversità e la gestione non efficiente dell’energia e delle emissioni. Tra l’altro, il 64% delle imprese dichiara di aver citato anche il tema della pandemia all’interno della dnf, “in alcuni casi tramite un rimando alla relazione finanziaria, in altri casi trattando il tema all’interno del documento stesso di rendicontazione non finanziaria”, conclude lo studio.

“La terza edizione della survey – sottolinea Barzaghi – evidenzia un crescente impegno delle imprese italiane a contribuire al raggiungimento dell’Agenda 2030: 114 aziende del campione (+88% rispetto al 2017) hanno preso in considerazione gli impatti del proprio business sugli obiettivi di sviluppo sostenibile, illustrando le azioni e gli obiettivi attraverso cui contribuiscono alla realizzazione dell’Agenda 2030”. Nei prossimi anni, conclude, “ci aspettiamo un’ulteriore crescita di questo fenomeno con particolare attenzione anche ai processi di pianificazione: le imprese, infatti, dovranno considerare gli sdg rilevanti nello sviluppo dei loro piani industriali”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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