“Il passaggio generazionale è un processo, non un evento. Va guidato, non subìto”, esordisce Roberto Pellizzari. Una frase che rovescia il luogo comune secondo cui la successione si affronta solo alla fine di un percorso. “In realtà – spiega – andrebbe costruita molto prima, quando l’imprenditore è ancora in piena attività e può agire con lucidità e visione”.
L’errore più grande, secondo il dottore commercialista, è non fare nulla. “Molti imprenditori arrivano al momento della successione senza aver pianificato: non solo non hanno discusso apertamente il tema con gli eredi, ma neppure si sono premurati di verificare l’esistenza di alcune clausole statutarie che non solo potrebbero ostacolare un’ordinata successione, ma che, addirittura, potrebbero causare uno stallo decisionale in caso di conflitto tra eredi. È in quei momenti che si rischiano contenziosi che, nei casi peggiori, potrebbero addirittura causare la dispersione del patrimonio aziendale”.
La pianificazione, sottolinea, è un lavoro di squadra. “Un fiscalista che persegue unicamente il miglior trattamento tributario, così come un civilista che affronta la successione ignorandone le implicazioni fiscali finiscono per lavorare con il “paraocchi”. Solo la combinazione delle due competenze consente di costruire un disegno coerente”. Per Pellizzari, tutto parte da una mappatura accurata del patrimonio. “Aziende, immobili, partecipazioni, strumenti finanziari e polizze vita vanno considerati nel loro insieme. Se so cosa ho, posso scegliere chi e come coinvolgere. Posso destinare l’azienda a un figlio e bilanciare gli altri eredi con asset diversi, sfruttando le agevolazioni previste”.
I vantaggi fiscali del passaggio generazionale in Italia
Ed è proprio sul piano fiscale che l’Italia, a sorpresa, si dimostra uno dei Paesi più favorevoli d’Europa. “Abbiamo le aliquote più basse tra i Paesi Ocse: il 4% per i trasferimenti ai figli e coniugi, con una franchigia di un milione di euro per ciascun erede appartenente a tale cluster. Una base imponibile ridotta – valore catastale per gli immobili, patrimonio netto per le partecipazioni non quotate – e una serie di esenzioni che rendono il sistema molto competitivo”. Tra le agevolazioni più rilevanti, Pellizzari ricorda l’articolo 3, comma 4-ter, del Testo Unico sulle successioni e donazioni: chi trasferisce la maggioranza di un’impresa o di un pacchetto azionario e si impegna a mantenerlo per cinque anni gode dell’esenzione totale dall’imposta. “È una norma pensata per garantire la continuità imprenditoriale e la tutela dei posti di lavoro – spiega – ma può essere utilizzata anche in chiave familiare, per trasmettere l’azienda senza disperdere risorse.”
La holding come strumento di governo del patrimonio
Negli ultimi anni, un ruolo crescente lo giocano le holding, diventate veri e propri strumenti di governo del patrimonio. Ma su questo fronte, il dibattito resta aperto. “La giurisprudenza si è divisa sul fatto che anche le holding “statiche”, cioè prive di attività operativa, possano beneficiare dell’esenzione. La ratio della norma era nata per sostenere chi fa impresa, non chi si limita a detenere passivamente asset. Tuttavia – prosegue – la recente riforma dell’imposta di successione non ha ribadito quella distinzione, e molti tra i più autorevoli commentatori considerano questa “omissione” un segnale di apertura verso un’interpretazione più ampia”.
Successione, agire prima che lo faccia il Fisco
Il punto, però, non è tanto fiscale quanto culturale. “La fiscalità può essere un alleato, non un ostacolo, se si pianifica per tempo” spiega. “Non bisogna subire il passaggio generazionale, bisogna accompagnarlo. L’imprenditore che pianifica sceglie chi dovrà guidare, come e con quali strumenti. Chi non lo fa, lascia che sia il caso – o il Fisco – a decidere al suo posto”. Dietro quella frase, apparentemente semplice, c’è un invito alla responsabilità. La pianificazione patrimoniale non è solo una questione di efficienza, ma un modo per trasmettere stabilità e visione alle generazioni future. “Non si tratta solo di perseguire una lecita pianificazione fiscale – conclude Pellizzari – ma di garantire che l’impresa, e la famiglia che la guida, possano continuare a crescere insieme”.
Articolo tratto dal numero di dicembre di Family Office & Family Business.
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