Articolo tratto dal numero di novembre 2025 di We Wealth
A che età andremo in pensione, e quanti anni avremo ancora davanti quando accadrà? E, visto che nessuna delle due risposte è particolarmente piacevole, come si può pianificare una migliore indipendenza finanziaria – e, magari, la libertà di lasciare il lavoro prima dell’età di legge?
Nei prossimi numeri di We Wealth approfondiremo proprio quest’ultimo punto pratico. In questo primo approfondimento cercheremo invece di mettere in fila alcune scomode verità su quanto una popolazione sempre più longeva potrebbe pesare sulle reti di protezione che oggi diamo per scontate.
Secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato, nel 2080 l’età pensionabile dovrebbe salire a 70,6 anni, solo per adeguare l’attuale soglia alle future aspettative di vita. In altre parole, si manterrebbero invariati gli anni trascorsi in pensione dopo l’uscita dal lavoro. Ma questo adeguamento non tiene conto della sostenibilità del sistema, che deve fare i conti con una popolazione attiva sempre più ristretta a fronte di una platea crescente di pensionati che ricevono l’assegno grazie ai contributi versati dai lavoratori.
In pensione più tardi, più fragili, probabilmente più poveri
Il vero problema, dunque, non è solo mantenere lo stesso numero di anni in pensione, ma anche ridurre il peso complessivo degli assegni previdenziali sui conti pubblici. E la pianificazione individuale dovrebbe considerare che uomini e donne andranno in pensione, tendenzialmente, alla stessa età – ma le donne vivranno molto più a lungo.
Il rapporto OCSE Pensions at a Glance 2023, tra i più autorevoli al mondo in materia, calcola che un lavoratore italiano che inizia la carriera a 22 anni potrà accedere alla pensione piena solo a 71 anni. Forzando il ragionamento e ipotizzando le aspettative di vita di oggi, questo lavoratore avrebbe davanti a sé dieci anni di pensione se uomo e circa quattordici e mezzo se donna.
C’è poi un’altra scomoda verità: anche se la vita si allunga, non è detto che si allunghino anche gli anni “di buona salute”, ossia privi di patologie gravi. In Italia, per gli uomini, questa soglia è di appena 69,1 anni. Senza un parallelo aumento della salute media, l’adeguamento automatico dell’età pensionabile rischia di farci arrivare alla pensione già dopo l’inizio del decadimento fisico. Non stupisce, quindi, che i più previdenti pensino a come anticipare con risorse proprie l’uscita dal lavoro – soprattutto nei Paesi anglosassoni.
Anche perché, oltre ad andarci più tardi e più fragili, potremmo andarci anche più poveri. Lo Stato, infatti, dovrà non solo adeguare l’età pensionabile, ma anche ridurre gradualmente la conversione da stipendio a pensione, per via del declino demografico: sempre meno lavoratori per ogni pensionato.
Chi pagherà il conto (e cosa possiamo fare oggi)
Già oggi lo squilibrio tra entrate e prestazioni del sistema pensionistico italiano è tra i peggiori al mondo, secondo solo a quello austriaco, secondo la classifica Mercer-CFA Institute. L’istituto suggerisce due correttivi – entrambi socialmente e politicamente difficili: “aumentare la partecipazione al lavoro in età avanzata”, cioè far lavorare più a lungo, e “ridurre la spesa pensionistica in rapporto al Pil”, ovvero tagliare le nuove pensioni, senza toccare i diritti acquisiti.
E dire che oggi l’Italia offre una pensione obbligatoria tra le più generose al mondo, specialmente per i redditi elevati. Secondo i dati OCSE (2022), gli high earner italiani subiscono una decurtazione netta di appena il 13% rispetto all’ultimo reddito: il terzo tasso di sostituzione migliore al mondo dopo Turchia e Portogallo. Per i redditi bassi si scende invece alla quindicesima posizione, con una decurtazione netta del 22,2% (cioè un tasso di sostituzione del 77,8%).
Spesso si accusa genericamente il risparmiatore italiano di non aprire un fondo pensione nonostante i vantaggi fiscali. È vero: sapere che le pensioni future copriranno una quota minore dell’ultimo stipendio aiuterebbe a riflettere. Ma il vero problema è che i soggetti più vulnerabili – quelli davvero a rischio povertà nella vecchiaia – non hanno il budget per mettere da parte altri soldi.
E sì, questo c’entra molto con il patto tra generazioni: oggi un lavoratore dipendente paga già l’aliquota pensionistica obbligatoria più alta al mondo, per finanziare le pensioni di chi è già uscito dal lavoro. Storicamente, il sistema italiano si è retto su contributi molto elevati (33% tra datore e dipendente) che garantivano una pensione obbligatoria decorosa. Un modello che regge solo finché i pensionati non diventano troppi rispetto ai lavoratori attivi.
Infatti, anche se formalmente si parla di sistema contributivo, il meccanismo resta a ripartizione: i contributi in entrata servono subito a pagare quelli in uscita, non vengono accantonati. Risultato: oggi un lavoratore continua a versare il 33% del reddito per una pensione che verrà rivalutata meno del previsto, sottraendo risorse a un risparmio privato che potrebbe finanziare una pensione integrativa costruita con mezzi propri.
Per questo, anticipare la transizione di questo squilibrio risparmiando di più nella previdenza complementare spesso non è un’opzione. Paradossalmente, la deduzione dei contributi ai fondi pensione favorisce chi si trova negli scaglioni Irpef più alti, incentivando soprattutto chi, forse, avrebbe meno bisogno di integrare la pensione futura. Se l’obiettivo è ampliare la platea e prevenire nuove forme di povertà in vecchiaia, servirebbe un ribaltamento dell’incentivo fiscale, rendendolo più vantaggioso per i redditi medio-bassi.
In attesa di un cambio di rotta nelle politiche pubbliche, i risparmiatori sono chiamati già oggi a prendere decisioni concrete – il prima possibile, che è sempre il momento migliore per iniziare la pianificazione finanziaria. In generale, la linea guida è chiara: per colmare il divario tra pensione e futuro tenore di vita servirà un risparmio aggiuntivo, costruito nel tempo attraverso una pianificazione del budget e l’uso di strumenti assicurativi e finanziari.
Chi si trova nelle fasce di reddito più elevate ha certamente più margine per intervenire, anche rivedendo oggi le spese discrezionali che potrebbero erodere la serenità di domani. Secondo un rapporto dell’Associazione Italiana Private Banking, il 60% dei clienti private – soggetti con almeno 500 mila euro investibili – pensa già a come garantirsi entrate per mantenere lo stile di vita; il 44% a come affrontare una futura non autosufficienza; il 39% a come gestire un’uscita anticipata dal lavoro, vivendo di rendita.
Nei prossimi numeri del mensile entreremo nel dettaglio degli strumenti per la pianificazione della longevità. La realtà previdenziale italiana non è esaltante. Ma, come ricorda un antico detto orientale, anche il più lungo dei viaggi comincia sempre dal primo passo.

