Il mondo finanziario si sta svegliando da un lungo sonno. È l’epoca della valuta fiat – quella sganciata da qualsiasi legame con oro o argento e governata esclusivamente dalla volontà dei governi – a finire sotto accusa. Un’epoca che sembrava naturale, inevitabile, perfino evoluta. Ma che ora, con crescente consapevolezza, comincia a sembrare una deviazione dalla normalità economica.
«Ho passato tutta la mia vita professionale immerso in un mondo basato sul denaro fiat», scrive Matt Hougan, Chief Investment Officer di Bitwise. «Un sistema in cui l’offerta di moneta non è più legata a riserve tangibili, ma a ciò che i governi decidono debba essere».
Da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato il gold standard nel 1971, l’intera generazione di professionisti della finanza ha vissuto esclusivamente in un sistema fiat. Chi può ricordare un’epoca diversa oggi ha almeno 75 anni.
Eppure, l’esperimento comincia a mostrare le sue crepe. «Forse è proprio l’era fiat a essere un’anomalia», osserva Hougan. «Forse stampare denaro dal nulla, come si è cominciato a fare nel 1971, è davvero un’idea folle. Forse il denaro solido richiede dei limiti».
In questa nuova fase di disincanto, torna prepotentemente al centro della scena l’oro, il rifugio millenario nei momenti di incertezza economica e geopolitica. Se un tempo i “gold bug” erano considerati poco più che nostalgici fuori dal tempo, oggi anche i più tradizionali tra gli investitori istituzionali riscoprono il metallo prezioso come àncora di stabilità.
«In un’epoca politica febbrile, in cui molte delle assunzioni fondamentali sull’economia globale vengono messe in discussione, l’oro è tornato a essere un ancoraggio», scrive Hougan.
Lo confermano i numeri: le banche centrali – che avevano smesso di accumulare oro dopo il 1971 – hanno ripreso a farlo con aggressività. Un trend iniziato con la crisi finanziaria del 2008 e accelerato dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’instabilità geopolitica e l’abuso degli strumenti monetari fiat hanno portato i custodi dell’economia globale a cercare protezione nel metallo giallo.
Nel 2023 l’oro ha superato l’euro come seconda riserva valutaria più detenuta al mondo, dopo il dollaro USA. E il motivo è evidente: «Con il debito americano che si avvicina ai 37.000 miliardi di dollari, e la crescente tentazione per gli USA di svalutare la propria moneta per uscirne, i banchieri centrali hanno capito di dover coprirsi dal rischio», osserva Hougan. «Vogliono un asset che sia scarso, globale, difficile da manipolare e detenibile in modo sovrano».
Ma queste caratteristiche – scarsità, indipendenza, resistenza alla manipolazione – non sono più solo dell’oro. Oggi anche Bitcoin comincia a essere percepito come alternativa credibile.
«Gli investitori individuali, come i governi, stanno aprendo gli occhi sui pericoli della stampa incontrollata di moneta», prosegue Hougan. «Ma lo fanno attraverso il Bitcoin, ampiamente considerato un’alternativa digitale all’oro».
Dal lancio dei primi ETF spot su Bitcoin a gennaio 2024, sono stati raccolti 45 miliardi di dollari, contro i 34 miliardi dei fondi ETF sull’oro nello stesso periodo. Un segnale evidente che il mercato retail – quello più agile – ha colto il cambio di paradigma prima degli Stati.
Il motivo? «Con un mercato da 2.000 miliardi di dollari, Bitcoin è ancora troppo piccolo per i banchieri centrali. Ma sospetto che questo cambierà nel tempo», scrive Hougan. In effetti, l’interesse istituzionale verso la criptovaluta sta già crescendo.
Oro e Bitcoin, dunque, sono le due facce di una stessa medaglia: strumenti per coprirsi dal rischio sistemico di un mondo basato su una valuta priva di fondamenta fisiche.
«Per quarant’anni ci hanno insegnato a diversificare i portafogli con azioni e obbligazioni. Ma qualunque sia la combinazione – 60/40, 70/30 o altro – si è comunque esposti al 100% alla valuta fiat», avverte Hougan. «Forse le cose oggi stanno per cambiare».
E questa volta il cambiamento potrebbe arrivare non da un atto di governo, ma da una presa di coscienza collettiva.

