Il rinnovo dei vertici di Monte dei Paschi di Siena diventa un campo di battaglia sempre più combattuto e dall’esito tutt’altro che scontato: ad aver spostato gli equilibri psicologici è stata la raccomandazione esplicita di Norges Bank Investment Management, che gestisce il fondo sovrano norvegese, a votare la lista di Plt Holding che rimetterebbe in sella Luigi Lovaglio, nonostante il cda uscente lo abbia licenziato “per giusta causa”.
“Gli azionisti dovrebbero avere il diritto di chiedere modifiche al consiglio di amministrazione quando quest’ultimo non agisce nel loro interesse”, ha scritto Norges sul suo sito. “Nel votare una proposta di revoca delle responsabilità del consiglio di amministrazione, valuteremo se vi siano elementi che sollevino ragionevoli dubbi sull’operato del consiglio stesso”. Nella seconda votazione individuale sui singoli candidati, Norges Bank si opporrà alla nomina del presidente uscente Nicola Maione, del candidato amministratore delegato del cda Fabrizio Palermo, oltre che dei consiglieri Corrado Passera, Domenico Lombardi e Alessandro Caltagirone.
Quello di Norges è l’endorsement più forte raccolto finora dalla lista alternativa a quella presentata dal cda, che supera ormai il 4% delle quote considerando anche il peso diretto di Plt e l’appoggio di altri investitori.
Il nodo dei grandi fondi: la partita si decide lì
I fondi d’investimento BlackRock e Vanguard non hanno ancora esplicitato la propria posizione, così come Banco BPM, che si esprimerà solo alla vigilia del voto del 15 aprile. Si tratta delle scelte che potrebbero rivelarsi più influenti se Delfin, primo azionista di Mps, confermerà di astenersi dalla votazione per ragioni di opportunità.
Di sicuro appare chiaro che non esista più un consenso unanime sulle decisioni adottate dal cda, che avrebbe prima tolto le deleghe operative e poi licenziato Lovaglio per il fatto di essersi presentato in una lista concorrente, violando così il vincolo fiduciario verso il consiglio. A detta dei suoi sostenitori, in primis la famiglia Pierluigi Tortora, Lovaglio resterebbe la scelta più solida per garantire continuità ed esecuzione dell’integrazione con Mediobanca, anche considerando che a Palermo manca un’esperienza diretta nella gestione di una banca commerciale.
I numeri: base Cda al 14-15%, ma non basta
Considerando che il Mef non parteciperà all’assemblea, i voti “blindati” per la lista del cda sono quelli di Francesco Gaetano Caltagirone, salito al 13,5% del capitale, e di alcuni fondi statunitensi che hanno già comunicato il proprio appoggio (CalPERS, Teacher Retirement System of Texas, New York City Comptroller); a questi potrebbero aggiungersi Enasarco ed Enpam, portando in dote circa l’1,45% delle quote. Il punto di partenza minimo della lista del cda si colloca quindi tra il 14% e il 15%.
Per prevalere, quindi, la lista guidata da Fabrizio Palermo avrebbe bisogno dei voti più pesanti, quelli di BlackRock, Banco Bpm e Vanguard, che da soli rappresentano oltre il 12% del capitale.
Ancora una settimana fa, dalle colonne del The Wall Street Journal, Lovaglio parlava da candidato pienamente credibile: “Affidare la guida a un amministratore delegato che conosce meglio di chiunque altro il progetto è, a mio avviso, il modo migliore per minimizzare il rischio di esecuzione… Gli investitori conoscono perfettamente il mio track record… Si fidano di me”.
Il peso delle astensioni: una maggioranza che si abbassa
C’è però un elemento che può cambiare radicalmente la lettura dei numeri: il peso delle astensioni. Se infatti Delfin (17,5%) confermasse l’astensione e il Mef (4,6%) restasse fuori dall’assemblea, circa il 22% del capitale non parteciperebbe al voto.
In questo scenario, la maggioranza non si calcola più sul 100% del capitale, ma su una base effettiva ridotta. Tradotto: un blocco del 14-15% “vale” molto di più, perché si confronta con un totale votante più basso. In termini relativi, quel 15% si avvicina già a una quota nell’ordine del 18-19% del capitale votante.
Questo significa che la soglia per vincere si abbassa e che ogni pacchetto di voti pesa di più. Di conseguenza, anche spostamenti relativamente contenuti — come quelli di BlackRock o Vanguard — possono risultare decisivi. È in questo equilibrio ristretto, più che nei numeri assoluti, che si giocherà davvero l’esito dell’assemblea.

