Moda, per i Millennials è solo “green”

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I Millennials sono sempre più “green” nelle proprie scelte di consumo, anche nel settore della moda: il 90% è disposto a pagare un premium price per l’acquisto di prodotti realizzati in modo etico e sostenibile. Come intercettare queste esigenze? Lo rivela un’analisi di PwC Italia.

Indice

Tre giovani su dieci sono disposti a condividere o noleggiare beni come calzature, borse, abbigliamento e gioielli

Il 24% spenderebbe di più per prodotti eco-friendly

L’acquisto negli store fisici è ancora preferito rispetto all’online

I Millennials sono sempre più “green” anche nelle proprie scelte di consumo e il mondo della moda ne risulta inevitabilmente travolto. L’impatto sull’ambiente e sulla salute, ma anche il trattamento dei lavoratori e le dinamiche a livello di governance, rientrano sempre di più negli interessi delle giovani generazioni: il 28% dei Millennials e il 41% degli iGen sono “Attivisti Personal & Planetary Health” e il 91% dei giovani è disposto a pagare anche un premium price per l’acquisto di prodotti fashion realizzati secondo canoni etici e sostenibili.
A rivelarlo è una ricerca di PwC Italia, che ha interessato oltre 2.000 giovani costituiti per il 62% da Millennials e per il 38% da individui appartenenti alla Generazione Z (o post-Millennials). Le aziende, dunque, non possono che cogliere l’onda del cambiamento e adattare le proprie scelte produttive, comunicazionali e di marketing, a quella che è un’inclinazione sempre più crescente.

A restare a galla, infatti, sono i marchi noti per le proprie pratiche sostenibili. Il 28% dei giovani dichiara di essere disponibile a mettere mano al portafoglio e a spendere cifre superiori per questi ultimi, il 24% per prodotti eco-friendly, il 21% per prodotti realizzati in modo etico, il 9% per packaging sostenibili e il 7% per quelle aziende che fanno beneficenza.

Occhio al Made in Italy e allo sharing

La verità è che il settore della moda non può essere ancora considerato a pieno un “business sostenibile”. A mancare è uno standard regolamentare in materia e la qualità – seppure ancora altamente considerata – non è più sufficiente a orientare gli interessi delle giovani generazioni. Su cosa puntano allora? Il Made in Italy fa da apripista: per tre giovani su cinque i prodotti italiani sono indice di una qualità superiore, riconosciuti per una produzione artigianale e una buona attenzione nei confronti dell’ambiente. Un’altra soluzione è lo “sharing”: tre giovani su dieci sono disposti a condividere o noleggiare vestiti, calzature, borse e gioielli.

Necessaria più trasparenza sulla filiera produttiva

“Per conquistare questo target generazionale – commenta Erika Andreetta, Consumer Markets Consulting Leader di PwC Italia – diventano fondamentali la chiarezza di informazioni sulla filiera produttiva”. Il 30% dei giovani sostiene che le società siano sufficientemente trasparenti al proposito, ma dove ricercano queste informazioni? Il 46% dei Millennials si rivolge ai sito web dei rivenditori, accompagnato dal 39% che tiene conto dei social media. Uno strumento, quest’ultimo, utile non solo a trovare ispirazione per un possibile acquisto (per il 36%), ma anche per leggere commenti e porre in essere le proprie decisioni (per il 37%).

Gli acquisti in store preferiti a quelli online

Nonostante la tecnologia guidi la maggior parte delle loro azioni quotidiane, gli acquisti tradizionali, in store fisici, sono ancora preferiti dalle giovani generazioni (46%). L’80% sostiene di aver acquistato indumenti o accessori sul web nell’ultimo anno, ma solo il 17% dichiara di fare online i propri acquisti almeno una volta a settimana (contro il 34% di coloro che si rivolgono ai negozi fisici).

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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