Pochi ne erano consapevoli, ancora meno li utilizzavano per prendere decisioni: eppure, nell’ambito della revisione della Sfdr, la Commissione europea propone di eliminare gran parte delle informative obbligatorie sugli impatti negativi degli investimenti detenuti da reti di consulenza (rimosse) e gestori patrimoniali (mantenute solo per alcuni). È vero che produrre queste informative periodiche aveva un costo, soprattutto per gli operatori più piccoli; ed è altrettanto vero che la precisione dei dati – dalle emissioni di CO₂ dei portafogli ai tassi di incidenti sul lavoro – raramente era considerata dagli investitori retail, più interessati a capire che cosa c’è nei singoli prodotti che non nei report di sostenibilità dei gestori.
Per questo la riforma dell’Sfdr presentata il 20 novembre introduce tre nuove categorie per i prodotti che fanno riferimento a criteri ambientali, sociali e di governance (Esg). Il punto critico, però, è che la nuova tassonomia rischia di perpetrare un equivoco: anche un prodotto classificato come “Esg” potrebbe continuare a contenere attività che molti investitori, cercando sostenibilità, presumerebbero escluse.
Sfdr, la proposta di riforma: le nuove categorie ESG
1. ESG Base (art. 8 del testo rivisto)
La categoria meno restrittiva opera esclusioni limitate. Restano ammesse industrie non tradizionalmente considerate etiche, come la difesa (fatta eccezione per le armi controverse). Sul piano ambientale, devono essere escluse solo le società che ottengono almeno l’1% dei ricavi da carbone fossile o lignite. Ma non esiste un analogo limite per il petrolio o il gas: una compagnia petrolifera o del gas può quindi rientrare in un portafoglio “Esg Base”.
Inoltre, solo il 70% del portafoglio deve essere composto da imprese che integrano fattori Esg secondo criteri misurabili: il restante 30% può includere società che non rendicontano neppure i propri impatti, incluse aziende petrolifere prive di metriche Esg.
2. Categoria Transizione (art. 7)
La categoria intermedia non vieta le compagnie attive nell’estrazione di petrolio o gas, purché non sviluppino nuovi progetti di esplorazione o produzione. In altre parole, generare ricavi da attività fossili continua a essere possibile, a condizione di non ampliarle.
A questo si aggiunge un requisito di trasparenza: tutte le aziende investibili devono identificare e rendicontare gli impatti avversi e descrivere le misure di mitigazione. Anche qui vale la stessa logica strutturale: almeno il 70% del portafoglio deve contribuire all’obiettivo di transizione definito dal fondo, mentre il restante 30% può avere caratteristiche molto differenti.
3. Categoria Sostenibilità (art. 9)
È la più severa, ma non così assoluta come si potrebbe pensare. Esclude le imprese che realizzano più del 10% dei ricavi da oli combustibili o più del 50% dal gas naturale. Tuttavia, anche questa soglia lascia ampi margini: un’azienda energetica che ricava fino al 49% delle entrate dal gas, e che misuri correttamente i propri impatti Esg, può comunque rientrare nella categoria più “sostenibile”.
Inoltre, anche per l’Art. 9 vale la stessa architettura delle altre due categorie: solo il 70% del portafoglio deve contribuire a un obiettivo chiaro e misurabile legato ai fattori di sostenibilità (ambientali o sociali). La sostenibilità, dunque, non è richiesta al 100% del portafoglio nemmeno nella categoria più rigorosa.
La federazione europea degli investitori retail, Better Finance, ha espresso una critica molto netta verso la struttura proposta dalla Commissione. In un documento rivolto ai regolatori, la federazione afferma che:
“Creare o mantenere un’ampia categoria ‘ESG collection’, o altre categorie onnicomprensive per prodotti che si limitano a escludere gli investimenti più dannosi o applicano criteri Esg vaghi, eroderà la trasparenza. Un simile impianto consentirebbe a fondi con impatti sostenibili limitati o poco chiari di essere commercializzati come prodotti Esg, perpetuando la confusione e i rischi di greenwashing che hanno caratterizzato il regime attuale.”
La critica di Better Finance coglie un punto centrale: il nuovo schema semplifica il linguaggio dei prodotti, ma non assicura che il contenuto sia altrettanto trasparente, soprattutto per gli investitori retail che cercano coerenza etica oltre che informativa
La Commissione europea sostiene che la nuova classificazione sia più semplice, più utilizzabile e più adatta agli investitori retail. Ma il rischio è un altro: che anche i prodotti collocati nella categoria Esg più rigorosa possano risultare esposti a settori che molti risparmiatori intendono evitare quando scelgono un fondo “sostenibile”. La tassonomia appare più facile da comunicare, ma non necessariamente più coerente con le aspettative – e i valori – di chi dovrebbe utilizzarla.

