Dopo l’exploit del 2024 e 2025 la SDA Bocconi, rispettivamente terza e quarta, esce dai radar della classifica compilata dal Financial Times, che ha incoronato al primo posto per la prima volta la MIT Sloan School of Management come miglior master in amministrazione aziendale (MBA). Per recuperare la prima realtà italiana bisogna scendere alla posizione 90, dove ricompare dopo un anno di assenza la scuola del Politecnico di Milano (era 95ª nell’edizione del 2024). Nel ranking FT l’assenza non equivale automaticamente a una retrocessione: la classifica include infatti solo i programmi che partecipano al processo e che superano specifiche soglie minime di risposta alle survey tra alumni e di completezza dei dati su salari e placement.
In generale, il primo posto della classifica sembra testimoniare, fra le altre cose, una crescente attenzione alla tecnologia e all’uso dell’intelligenza artificiale per rinnovare la formazione dei nuovi manager. Per il dean della scuola del Massachusetts Richard Locke, la Sloan si sta concentrando maggiormente su come l’IA possa essere utilizzata “come strumento non per sostituire i posti di lavoro ma per migliorarli… Stiamo esplorando come reinventare la formazione manageriale per il XXI secolo”. Un orientamento che riflette il crescente peso delle competenze tecnologiche nei percorsi di carriera manageriale e nella progettazione dei nuovi programmi formativi.
MBA Usa dominanti nonostante le tensioni politiche
Nonostante il clamore attorno al possibile declino degli Stati Uniti come calamite del talento, i migliori MBA continuano a trovarsi oltreoceano. Metà delle prime 20 posizioni sono occupate da istituti americani, fra cui il primo e terzo gradino del podio; all’Europa nel suo complesso vanno altre 6 top 20 (2 MBA a Francia, Spagna e Regno Unito ciascuna) e all’Asia le restanti 4 (2 in Cina, uno in India e uno a Singapore). Nelle 100 posizioni in classifica ben 39 risultano americane, 13 britanniche, 9 indiane e 7 francesi. Una concentrazione che segnala come il vantaggio competitivo statunitense resti particolarmente marcato nelle fasce più alte del ranking, nonostante le tensioni politiche e regolatorie che negli ultimi mesi hanno interessato alcune delle principali università americane. L’amministrazione Trump ha infatti riacceso il confronto con Harvard in merito all’utilizzo dei fondi federali, avviando nuove azioni legali e congelando in precedenza miliardi di dollari di finanziamenti pubblici destinati alla ricerca, con potenziali ricadute sull’autonomia accademica e sulla sostenibilità finanziaria di alcuni programmi.
Parallelamente, il dibattito sul rapporto tra costo e valore degli MBA si intensifica: in un sondaggio separato condotto su oltre 1.100 alumni di business school a livello globale, l’83% dichiara comunque di valutare positivamente il proprio MBA o Executive MBA, con livelli di soddisfazione superiori rispetto a quelli registrati tra i laureati di programmi undergraduate o master pre-experience. Il ranking del Financial Times prende in considerazione, su base volontaria, una pluralità di fattori che includono lo stipendio degli alumni a tre anni dal diploma e la progressione salariale rispetto al periodo precedente all’iscrizione, oltre alla produzione scientifica della faculty, alla qualità dei servizi di carriera e al grado di raggiungimento degli obiettivi dichiarati dagli studenti. Tutte le scuole incluse risultano accreditate da organismi internazionali come AACSB o Equis.
Occupazione, salari e attrattività internazionale
Tra i dati più rilevanti, gli alumni del MIT riportano il terzo stipendio medio più elevato a tre anni dal conseguimento del titolo (245.991 dollari), dietro Harvard Business School e Wharton. L’Indian School of Business registra invece il maggiore incremento retributivo rispetto al periodo pre-MBA (+248%), mentre University of Georgia: Terry e Nanyang Business School risultano ai vertici per rapporto qualità-prezzo. Wharton guida la classifica per produzione accademica della faculty, seguita da Harvard, Chicago Booth, Insead e London Business School. Il contenzioso in corso tra Washington e Harvard — che riguarda, tra le altre cose, la richiesta di dati sulle ammissioni degli studenti nell’ambito delle politiche di Diversity, Equity and Inclusion — si inserisce in un quadro più ampio di ridefinizione del rapporto tra università e finanziamenti pubblici negli Stati Uniti, destinato a incidere anche sull’attrattività internazionale degli atenei nel medio periodo.
Sul fronte delle reti di ex studenti, Dartmouth: Tuck, Iese e Cornell: Johnson ottengono i punteggi più elevati, mentre Rice University: Jones si distingue per il grado di raggiungimento degli obiettivi da parte degli alumni. Più della metà delle scuole classificate presenta una quota di studenti internazionali superiore al 50%, mentre la presenza di docenti stranieri raggiunge il 98% all’IMD in Svizzera. Le business school del Regno Unito restano inoltre più dipendenti dagli studenti provenienti dall’Asia-Pacifico rispetto ai concorrenti europei e nordamericani. Il divario retributivo di genere tra gli alumni scende al minimo degli ultimi dieci anni, al 7,1% nel 2026.

