Milano festeggia in Borsa, ma il Paese si ritira dal listino
Il messaggio più netto della X edizione dell’Osservatorio sui mercati dei capitali di Equita e Università Bocconi è chiaro: nel 2025 il secondario ha corso, ma il primario continua a perdere profondità.
Come riporta infatti Andrea Vismara, Ad di Equita, durante la presentazione dei dati raccolti dall’Osservatorio: « Il 2025? Positivo sul fronte del secondario. Soffre ancora invece il primario ».
Il dato cruciale: cap record, ma flussi primari in rosso da 73 miliardi
A fine 2025 la capitalizzazione dei mercati azionari italiani arriva a €1.077 miliardi, con 99% attribuibile a Euronext Milan, ma la stessa fotografia spiega perché la festa è incompleta: dal 2020 i flussi del mercato primario segnano una perdita netta di €73 miliardi.
È la distanza tra “mercato che sale” e “mercato che si allarga”: per private banker, family office e wealth manager significa meno universo investibile domestico, più concentrazione, e più pressione a cercare diversificazione (spesso) nei private markets.
Zero Ipo sul mercato principale e delisting che continuano: la Borsa come stazione di uscita
Dai dati dell’Osservatorio, il 2025 risulta “tra i migliori in Europa” sul secondario, ma richiama anche le fragilità che bloccano il salto di scala: assenza totale di nuove Ipo sul mercato principale e delisting che proseguono.
Il punto non è solo “meno operazioni”. È un cambio di funzione: il listino rischia di diventare sempre più un canale di uscita (o di consolidamento) e sempre meno un canale di finanziamento della crescita.
Un listino sempre più concentrato: il 55% vale dieci nomi
La fragilità diventa strutturale quando la capitalizzazione si addensa. Nel comunicato stampa: le prime 10 società valgono oltre metà del listino, 55%.
E quando si assottiglia anche l’ecosistema, l’effetto rimbalza sulla consulenza: continua la riduzione degli intermediari attivi in ricerca e trading, con impatto sulla liquidità delle società a più bassa capitalizzazione e sulla loro visibilità.
Pir: il termometro della policy, ma anche un test di coerenza prodotto
Le analisi dell’Osservatorio mostrano che anche i Pir (Top 20 per masse) tendono a concentrarsi su strumenti e segmenti più liquidi: è un dato che conta perché i Pir sono, di fatto, un indicatore di quanto l’incentivo pubblico riesca davvero a spostare capitali verso l’economia reale quotata.
Per le reti, la domanda diventa operativa: come trasformare un obiettivo di sistema in costruzioni di portafoglio coerenti con orizzonti e rischi del cliente, senza vendere “diversificazione” e consegnare in realtà concentrazione.
Il vero nodo per il risparmio gestito: tanta liquidità ferma, poca pazienza investita
Se c’è una pagina che parla direttamente al wealth, è quella sulle famiglie. In Italia l’allocazione resta sbilanciata su cash e strumenti a basso rischio: 26% in cash e depositi, 8% in titoli di debito, ma solo 3% in azioni quotate e 19% in prodotti assicurativi e pensionistici.
E nel confronto internazionale emerge un limite strutturale: gli strumenti di mercato valgono 44% degli asset finanziari delle famiglie italiane, sotto l’area euro (46%) e molto sotto Us e Uk.
Obbligazionario corporate: attività primaria solida, ma il retail resta tagliato fuori
Sul debito, i dati dell’Osservatorio segnalano una tendenza di “rientro a casa” delle emissioni: nel 2025 la quota di bond di emittenti italiani listati su sedi italiane sale al 14%, dal 4,3% del 2024, sopra la media decennale 3,5%.
Ma nello stesso frame arriva il collo di bottiglia per chi lavora sul retail evoluto: su oltre 1.700 bond listati sul Mot, solo 214 sono corporate, e l’accessibilità si restringe ulteriormente per via dei tagli minimi (Mia), soprattutto nei non finanziari.
Regole sì, fiscalità no: il punto critico che pesa anche sui portafogli
L’Osservatorio riconosce passi avanti su regole e regolazione, dal Libro Verde alla Legge Capitali, fino al Listing Act, ma insiste sulla parola che sposta i flussi: ecosistema.
Vismara, in particolare, evidenzia un «progressivo miglioramento nella normativa ma non nella fiscalità».
Qui non è teoria: per chi gestisce patrimoni, la fiscalità cambia la convenienza relativa fra public e private, fra equity e debt, fra Italia ed estero. E quindi cambia le scelte di asset allocation.
La chiusura: perché un mercato dei capitali “efficiente” riguarda anche chi gestisce grandi patrimoni
In aggiunta, Sara Biglieri, Presidente di Equita, lega il tema a crescita e competitività del Paese:
«Un mercato dei capitali efficiente rappresenta uno strumento fondamentale per sostenere la crescita delle imprese italiane e accompagnarne i percorsi di innovazione e internazionalizzazione».
Per un family office il riflesso è immediato: quando il mercato domestico si restringe, la diversificazione diventa più difficile, il rischio di concentrazione aumenta e l’accesso alla crescita finisce più spesso nei private markets, dove contano ancora di più governance, pricing e disciplina di liquidità.

