Mercati azionari, iniezione di fiducia dalla storia

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Dopo il Nasdaq anche l’S&P 500 ha toccato i livelli pre-crisi. Quali sono i fattori che sostengono la fiducia degli investitori? Secondo un’analisi di Marzotto Investment House, la storia potrebbe essere il punto di partenza per analizzare le performance del futuro. Occhi puntati anche sul Ftse Mib

Nel 2009 l’S&P 500 sfiorò i livelli pre-Lehman alla fine dell’anno, dopo circa cinque trimestri

“La gravità del covid-19 è stata in qualche modo gestita dal punto di vista dei mercati finanziari”, spiega Nicolò Nunziata, strategist azionario di Marzotto Investment House

Almeno fino al momento le fasi ribassiste sono state meno accentuate rispetto al 2009

Se da un lato gli effetti della pandemia continuano a preoccupare le economie mondiali, accompagnati da un peggioramento dell’andamento dei contagi in alcune aree del globo, gli indici azionari iniziano a vedere la quiete oltre la tempesta. Dopo il Nasdaq, anche l’S&P 500 ha toccato i livelli pre-crisi, segnando un recupero più rapido rispetto alla crisi del 2008. E, secondo un’analisi di Marzotto Investment House, il passato potrebbe essere proprio il punto di partenza per analizzare le performance del futuro.
Nella crisi attuale, spiega lo studio, i mercati finanziari non hanno registrato “reazioni scomposte”, avendo acquisito gli anticorpi delle crisi precedenti. Nel 2009, infatti, l’S&P 500 sfiorò i livelli pre-Lehman alla fine dell’anno, dopo circa cinque trimestri, e il 2010 si chiuse con livelli di prezzo marginalmente più elevati. Confrontando la price action del listino statunitense di dieci anni fa con quella attuale, si rileva anche un recupero più rapido. “Rispetto al passato, l’iniezione di liquidità delle banche centrali e la politica fiscale dei governi sono state talmente forti che la gravità del covid-19 è stata in qualche modo gestita dal punto di vista dei mercati finanziari”, spiega Nicolò Nunziata, strategist azionario di Marzotto Investment House.

“In questo contesto ci sono due problematiche importanti: il degrado delle economie e il rischio di una seconda ondata di contagi. Se da un lato i sistemi sanitari hanno imparato a gestire la crisi pandemica, il discorso economico è ancora grave e serio, ma per ora i mercati sono convinti che le politiche fiscali ricreeranno condizioni di miglioramento. La preoccupazione è lecita ma, in assenza di nuovi eventi negativi, sembrerebbe esserci un lineare recupero almeno dei valori finanziari”, aggiunge.

Un secondo aspetto da considerare è poi la profondità dei drawdown dell’indice nei due periodi considerati. Nel 2009, si legge nello studio, il primo storno ci fu nel mese di giugno, circa tre mesi dopo che era stato toccato il bottom, da 960 a 873. Il secondo, invece, ci fu all’inizio del 2010, da 1.157 a 1.046, seguito poi da un terzo partito nell’aprile del 2010 da 1.257 per poi toccare i 1.010 nella prima settimana di luglio. Nella fase attuale, invece, si rileva un primo storno del 7% ad aprile (da 2.636 a 2.450), un secondo a maggio sempre del 7% (2.976 a 2.766) e l’ultimo a giugno del 9% circa (da 3.233 a 2.960).

Secondo l’analisi, rispetto alla crisi del 2008, l’S&P 500 è ribalzato prima e gli storni, per il momento, “sono stati meno violenti da un punto di vista percentuale, sebbene molto simili in termini assoluti se consideriamo che il valore dell’indice è più che raddoppiato rispetto ai minimi del 2009 e quasi quadruplicato rispetto ai minimi del 2008”, si legge nello studio.

Quando al Dax, invece, la ricerca rileva che gli storni tra il 2009 e il 2010 furono più contenuti rispetto all’S&P 500, grazie a un progressivo indebolimento del dollaro che incentivò una maggiore diversificazione degli investitori statunitensi oltreoceano e una minore diversificazione di quelli europei.

Nel complesso, gli indici azionari hanno segnato comunque un recupero più rapido nella situazione attuale rispetto alla crisi del 2008, condizionando così in minor misura la propensione al rischio degli investitori. Inoltre, continua l’analisi, le fasi ribassiste sono state “meno accentuate rispetto al 2009”. Mettendo a confronto i due indici, la performance del Dax nel post-Lehman fu “meno volatile e complessivamente più lineare rispetto all’S&P 500”, diversamente dai mesi scorsi. Secondo gli analisti, resta da capire dunque se nel prossimo futuro la performance relativa del Dax migliorerà rispetto a quella dell’S&P 500.

Ma cosa sta accadendo intanto in Italia? “Italia, Francia e Spagna sono stati i fanalini di coda – spiega Nunziata – C’è da dire però che a livello europeo sono in ballo una serie di strumenti come il recovery fund che, qualora si trovasse l’accordo, potrebbero risultare estremamente positivi. Il mercato non ha venduto l’Europa, ma non ha nemmeno comprato eccessivamente. È fiducioso, ma non del tutto, e questo spiega la sottoperformance di Italia, Spagna e Francia nei confronti del Dax e dell’S&P 500”. Secondo Nunziata, finché queste questioni non saranno risolte, resterà dunque un po’ di volatilità.

Sul fronte del Ftse Mib, escludendo gli effetti nel breve termine degli stacchi di dividendi di alcune big del listino, l’andamento è positivo. “Se cominciassero ad arrivare dei dati relativi a un recupero più rapido della congiuntura o a un impatto meno grave delle attese del covid-19 sugli npl (non performing loans, ndr), l’Italia potrebbe essere un outperformer assoluto, data la conformazione dell’indice”, aggiunge Nunziata che conclude: “Ci potranno essere delle settimane in cui gli indici perderanno qualche punto per rumors di mercato, ma è importante che il trend rialzista si mantenga intatto”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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