La mappa (aggiornata) dei fondi sostenibili in Italia

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Gianni Costan, amministratore delegato del Gruppo Fida, rivela a We Wealth quanti sono i fondi sostenibili in Italia. E quali possono essere classificati ai sensi degli artt. 6, 8 e 9 della Sfdr

Gianni Costan: “Oggi la normativa più stringente in termini di disclosure e trasparenza permette di far emergere chiaramente non solo se un prodotto considera i temi esg nelle scelte di investimento, ma anche come e in quale misura”

È opinione condivisa tra gli operatori che l’articolo 9 abbracci quei prodotti finanziari che hanno un esplicito obiettivo sostenibile, mentre l’articolo 8 quelli che promuovono, tra le altre caratteristiche, fattori ambientali e sociali

Con l’entrata in vigore lo scorso 10 marzo della Sustainable finance disclosure regulation (Sfdr), la normativa europea sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, le tematiche esg hanno conquistato l’attenzione della gran parte degli operatori del sistema economico. A distanza di quasi un anno, col supporto di Gianni Costan (amministratore delegato del Gruppo Fida), ridefiniamo i contorni della mappa dei fondi sostenibili in Italia. Evidenziando, tra l’altro, quali sono le strategie tipicamente adottate dai gestori per garantire scelte d’investimento che tengano conto delle tematiche ambientali, sociali e di buona governance.
“Nel tempo i criteri utilizzati per definire sostenibile un prodotto del risparmio gestito si sono notevolmente arricchiti”, racconta Costan. “Se in passato era necessario basarsi esclusivamente sulle politiche di gestione degli strumenti, oggi la normativa più stringente in termini di disclosure e trasparenza permette di far emergere chiaramente non solo se un prodotto considera i temi esg nelle scelte di investimento, ma anche come e in quale misura”. Fida (gruppo italiano specializzato nello sviluppo di applicazioni software dedicate ai servizi finanziari e nella raccolta, analisi e distribuzione di dati nel risparmio gestito) ha elaborato a tal proposito uno specifico sistema di classificazione e di attribuzione di rating esg – il Fida Esg Rating – che consente di identificare attualmente oltre 41mila classi (di fondi comuni) per le quali il gestore ha indicato l’appartenenza a uno dei livelli esg in conformità agli articoli della Sfdr, escludendo quindi i prodotti dichiaratamente non esg. Di queste, spiega Costan, più di 14mila sono autorizzate alla vendita a investitori retail italiani.

Ma quali sono i fondi più o meno virtuosi? “La classificazione secondo gli articoli Sfdr fornisce una panoramica esaustiva, almeno a una prima analisi”, racconta Costan. Dei 14.179 prodotti disponibili per i risparmiatori italiani:

  • il 53% (7.508 classi) fa riferimento all’art. 6 della normativa, cioè include i rischi di sostenibilità nelle scelte di investimento;
  • il 41% circa (5.860 classi) applica l’art. 8, cioè promuove, tra le altre, caratteristiche ambientali o sociali;
  • il 5,7% (811 classi) si pone l’investimento sostenibile come obiettivo della politica ai sensi dell’art. 9.

Come chiarito in un recente approfondimento sul tema, è opinione condivisa tra gli operatori che l’articolo 9 abbracci infatti quei prodotti finanziari che hanno un esplicito obiettivo sostenibile, mentre l’articolo 8 quelli che promuovono, tra le altre caratteristiche, fattori ambientali e sociali attraverso l’integrazione dei parametri esg nell’analisi finanziaria tradizionale. “Con riferimento ai fondi che si ispirano all’art. 9, la specializzazione settoriale non rappresenta un elemento distintivo”, continua Costan. La maggior parte dei comparti, aggiunge, è caratterizzata infatti da politiche “generaliste”, che non si pongono vincoli di settore, valuta o area geografica, ma quasi unicamente il tema della sostenibilità. Ma non mancano “alcuni casi specifici, non numerosi ma caratteristici, che si focalizzano sul mercato immobiliare, sull’information technology e sui beni di consumo secondari”.

Quanto infine alle procedure organizzative e le policy adottate dai gestori per garantire scelte d’investimento che tengano conto della sostenibilità, secondo Costan le strategie tipiche sono quelle “ampiamente codificate a livello internazionale” e che corrispondono alle sette sulle quali anche l’indagine di Fida si focalizza:

  • selezione negativa: esclusione di un settore produttivo o di una compagnia il cui business risulta incompatibile con determinati criteri di sostenibilità definiti dal gestore (come le armi);
  • selezione positiva: valutazione dei titoli all’interno di asset class o universi specifici secondo metriche di sostenibilità;
  • screening normativo: selezione dei titoli in base alla compatibilità con gli standard normativi internazionali;
  • integrazione esg: inclusione esplicita e sistematica da parte dei manager dei fattori esg nel processo di analisi finanziaria tradizionale;
  • investimenti tematici: scelta di settori e aree d’investimento tipicamente correlate al tema della sostenibilità (come le energie alternative);
  • impact investing: investimenti che si ritiene possano avere un impatto diretto sullo sviluppo sostenibile, realizzati in società, organizzazioni e progetti specifici;
  • azionariato attivo: ruolo attivo nell’influenzare le scelte aziendali e indirizzarle verso obiettivi di sostenibilità attraverso il diritto di voto, la partecipazione alle assemblee e, in generale, sfruttando il rapporto con l’emittente in qualità di investitori.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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