Non si chiama tassa sugli extraprofitti, ma la sostanza cambia poco e a prendere il “pizzicotto” promesso dal ministro Giorgetti sono i settori promessi: banche e assicurazioni. La manovra finanziaria 2026, predisposta dal Consiglio dei ministri, prevede di raccogliere nuove risorse finanziarie dal settore bancario, con provvedimenti messi nero su bianco sia nella bozza che approderà in parlamento sia nel documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles la scorsa settimana. E il contributo del comparto finanziario non sarà affatto marginale: varrà 0,19 punti di Pil sia nel 2026 sia nel 2027 e altri 0,10 punti nel 2028. Simulando la crescita attesa dal governo, questo si tradurrà complessivamente in circa 12 miliardi di euro di esborso per gli istituti bancari e assicurativi. Secondo le previsioni di Palazzo Chigi, il prelievo aggiuntivo sulle banche sarà la singola misura più importante per raccogliere risorse aggiuntive, in modo da controbilanciare in modo quasi integrale gli sgravi Irpef sulla seconda aliquota e la riduzione degli oneri fiscali sul lavoro per i prossimi tre anni.

La formula della tassa sugli extraprofitti è stata formalmente archiviata — e, nella sostanza, sarebbe stata inutile riproporla nella veste di imposta sugli incrementi di margine d’interesse, che nel 2024 potrebbero risultare molto bassi o nulli dopo il taglio dei tassi da parte della BCE. Il governo ha scelto invece una via più efficace: aggredire fiscalmente le risorse già accantonate dalle banche come riserve non distribuibili per evitare di pagare l’imposta sugli extraprofitti del 2023.
È quanto prevede l’articolo 20 della bozza di Legge di Bilancio, secondo cui «Fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2028, le riserve» accantonate in base al decreto del 2023 potranno essere assoggettate a una imposta sostitutiva dell’imposta straordinaria originaria sugli extraprofitti.
– Se le banche decidono di affrancare le riserve esistenti fino al 31 dicembre 2025, pagheranno il 27,5%.
– L’aliquota sale al 33% per l’affrancamento delle riserve ancora presenti nell’esercizio successivo.
In pratica: nel 2023 il governo aveva introdotto un’imposta sugli extraprofitti che nessuna banca ha scelto di pagare, preferendo accantonare almeno 2,5 volte l’ammontare dovuto sotto forma di riserva non distribuibile. Con la nuova Legge di Bilancio, quelle risorse “congelate” possono ora essere liberate pagando una tassa inferiore rispetto a quella originaria. Se l’extraprofitti iniziale fosse stato pari a 100, la banca avrebbe accantonato 250: oggi potrebbe sbloccarli pagando 68,75 euro (o 82,5 euro se riferiti al 2026).
Più che una nuova tassa sulle banche, è un condono parziale — o, se si preferisce, uno sconto ex post — sulla stessa imposta sugli extraprofitti che il governo, di fatto, non aveva mai incassato.
La tenaglia del governo sulle banche si completa con un’ulteriore disposizione (art. 20, comma 1). Dal 2028 in avanti, se la banca distribuirà utili o anche solo acconti sui dividendi, lo Stato presumerà automaticamente che stia attingendo prima proprio a quella riserva vincolata del 2023. E quindi scatterà l’imposta piena originaria, più maggiorazione al tasso BCE, entro 30 giorni. Di fatto, le banche saranno caldamente invitate a sfruttare l’affrancamento “gentilmente” offerto per i prossimi due anni dallo Stato italiano.
Irap, aumento mirato per tre anni
All’affrancamento delle riserve-extraprofitti, il governo ha aggiunto nuovi aggravi di imposte temporanei, questa volta coinvolgendo anche le compagnie assicurative. In particolare, fra 2026 e 2028 andrà a crescere l’aliquota IRAP, l’imposta regionale sulle attività produttive, aumentandola di due punti percentuali per banche e assicurazioni. E nella determinazione dell’acconto IRAP del 2026, la banca deve già calcolarlo come se la nuova aliquota più alta fosse già in vigore, cioè non può attendere la dichiarazione finale.
Tradotto in numeri è una stangata importante: +47,6% di incremento, da 4,20% a 6,20% per le banche mentre per le assicurazioni l’imposta sale del 37,7% dal 5,30% al 7,30% nei tre anni. Sarà ossigeno per le casse regionali, dato che non si tratta di un’imposta statale.
L’ultima stoccata: DTA rinviate, tasse anticipate
Come anticipato nelle scorse settimane, il governo prevede di rinviare l’utilizzo dei crediti fiscali differiti in pancia alle banche – una strategia che impedirebbe agli istituti di usarli per abbattere subito il reddito imponibile proprio negli anni in cui scattano le nuove imposte introdotte in manovra. Il rinvio non annulla il credito, ma sposta in avanti la possibilità di utilizzarlo, rimandando i benefici fiscali e permettendo al governo di migliorare il saldo nell’immediato.
Nello specifico, l’articolo 22 della bozza stabilisce che le deduzioni fiscali (DTA e altri componenti negativi) che sarebbero entrate in vigore nel 2027 non potranno essere utilizzate in quell’anno e verranno rinviate al 2028, da recuperare solo gradualmente in quote costanti negli esercizi successivi. Anche nella determinazione degli acconti fiscali, fino al 2028 compreso, le DTA non potranno essere considerate per scontare l’imposta: il governo non solo rinvia l’utilizzo del beneficio, ma impedisce che le banche possano anticiparlo in via tattica negli acconti d’imposta.
Complessivamente, il “pizzicotto” alle banche e alle assicurazioni è arrivato: pesa sui conti in modo deciso, come confermano le tabelle del ministero, e genera un esborso che solo formalmente appare opzionale – poiché sbloccare le riserve dopo il 2027 comporterebbe una stangata ancora più pesante.

