I rendimenti dei Treasury sono tornati ai massimi dal 2002, quelli dei bond giapponesi ai massimi dagli anni Novanta, mentre il Btp decennale è arrivato a rendere il 4,73% il primo ottobre. Dal fondatore di Pimco Bill Gross, che nel settembre 2021 aveva definito “spazzatura” i Treasury quando rendevano appena l’1,4%, ci si potrebbe aspettare oggi una diagnosi ribaltata. Invece l’ex “re dei bond” continua a considerare troppo rischiosi i titoli di Stato Usa e, più in generale, le obbligazioni. In un articolo d’opinione pubblicato sul Financial Times, Gross ha sintetizzato il suo nuovo mantra in due parole: “preserva e proteggi”. L’appello, chiaro fin dal titolo, è quello di “non detenere obbligazioni e di essere cauti con le azioni”.
Unica eccezione: il Treasury a un anno, il cui rendimento al momento della pubblicazione si attestava al 4,55%. Tutto il resto, secondo Gross, sarebbe diventato troppo rischioso da detenere a causa della crescente montagna di debito e deficit, unita alle aspettative di inflazione più persistente.
Gross: il debito rende i bond troppo rischiosi
“Il debito statunitense sta raggiungendo livelli record in tempo di pace, con un rapporto tra debito netto e Pil intorno al 100%. Inoltre, l’invecchiamento delle generazioni dei baby boomer provocherà un aumento futuro dei costi per Social Security, Medicare e Medicaid. Una crescita squilibrata dei bilanci, alimentata dall’aumento del debito, ha prodotto maggiore crescita oggi, ma probabilmente una crescita più debole domani. Allo stesso modo ha determinato maggiore inflazione oggi, con poche prospettive di sollievo in futuro in assenza di un contenimento globale della politica fiscale e del debito”, ha scritto Gross.
“La mia opinione, in un contesto simile, è questa: non detenere obbligazioni, con l’eccezione dei Treasury bill a un anno”.
È una posizione che sfida apertamente il nuovo consenso favorevole al reinserimento dei bond in portafoglio, alla luce di rendimenti tornati su livelli potenzialmente interessanti anche in termini reali. E non è tutto. Anche la famigerata correlazione positiva tra bond e azioni, che aveva reso meno efficace l’obbligazionario come strumento di diversificazione del rischio, sembra aver nuovamente invertito la rotta.
Secondo i dati del Leuthold Group, basati sui principali benchmark delle due classi di attivo, il 2026 si avvia infatti a essere il primo anno dal 2021 in cui prezzi delle azioni e delle obbligazioni si muovono in direzioni opposte, ha scritto il Wall Street Journal. Un’evoluzione che potrebbe riportare in auge il principio fondante dei classici portafogli bilanciati, dati per morti dopo la caduta simultanea di bond e azioni nel 2022.
Se infatti il rendimento obbligazionario è sufficientemente elevato, ha spazio per scendere nei momenti di rallentamento economico che, di norma, penalizzano le azioni. E quando il rendimento scende, il prezzo delle obbligazioni già in portafoglio sale: quei titoli possono quindi essere venduti in profitto per ribilanciare verso azioni diventate nel frattempo più convenienti. È lo scenario da manuale del portafoglio 60/40. Uno scenario che, tuttavia, per anni ha smesso di funzionare.
Bond sì, ma senza spingersi troppo sulle lunghe scadenze
Il rischio rappresentato dal debito pubblico in molte economie avanzate viene però interpretato più spesso come una ragione per evitare soprattutto le scadenze lunghe, superiori ai cinque anni. Una posizione decisamente meno radicale rispetto a quella espressa da Gross. Se la Fed dovesse invertire il ciclo e passare dai rialzi dei tassi a una fase di alleggerimento monetario, chi detiene obbligazioni nella parte intermedia della curva potrebbe beneficiare anche di un aumento dei prezzi, senza assumersi l’intero rischio di duration delle scadenze più lunghe.
È anche per questo che alcuni wealth manager preferiscono dirottare una parte della liquidità verso l’obbligazionario, anziché lasciarla nei fondi monetari, i cui rendimenti tendono a seguire molto più direttamente l’andamento dei tassi ufficiali. Comprare oggi un bond a tre o cinque anni significa, in sostanza, bloccare per più tempo un rendimento elevato. Restare sul monetario significa invece accettare che quella remunerazione possa scendere rapidamente una volta iniziato un ciclo di tagli.
Il punto d’incontro è la cautela sull’azionario
Gross e gli ottimisti sul ritorno dell’obbligazionario nei portafogli bilanciati concordano però su un aspetto: la necessità di prepararsi a possibili cadute dell’azionario.
Per Gross è tempo di “essere prudenti sulle azioni, che si trovano su livelli record, perché rendimenti più elevati nel tempo finiranno per comprimere i margini di profitto”. Bisogna quindi, secondo il fondatore di Pimco, “prepararsi alla fine dei mercati azionari ‘a cui siamo abituati’”. Sulle società tecnologiche impegnate nella costruzione dei data center, i cosiddetti hyperscaler, Gross esprime particolare cautela e indica anche in questo caso una linea guida conservativa: meglio limitarsi alle società con rapporti prezzo/utili inferiori a 20.
Per fare qualche esempio, Amazon si colloca oggi appena al di sopra di quella soglia, mentre Microsoft supera quota 27.

