L’AI ci insegnerà ad aspettare

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Donna in poltrona, clessidra gigante e skyline cittadino notturno.

Nata per accelerare ogni processo, l’intelligenza artificiale potrebbe regalarci il paradosso più sorprendente della nostra epoca: restituirci la virtù che la velocità ci ha sottratto, la capacità di aspettare.

Chiunque investa, conosce il “nemico”. Non è il mercato, non è l’inflazione. È quell’istinto che ci spinge a vendere sul minimo e a comprare sull’euforia, a controllare il portafoglio dieci volte al giorno, a confondere il movimento con il progresso. La ricchezza si costruisce nel tempo lungo, ma noi viviamo nel tempo breve. E lo iato tra questi due tempi è, da sempre, il vero rischio del risparmiatore.

Bauman, celebre sociologo, aveva coniato una formula per descrivere questa condizione: la modernità liquida. In una società che ha fatto dell’istante la propria unità di misura, l’attesa è diventata la colpa per eccellenza. Un nuovo peccato originale. Ecco dunque il proliferare di notifiche su ogni device affinché sia possibile riceverle ovunque: computer, tablet, smartphone – e magari anche smartwatch. La gratificazione deve arrivare subito. 

Qui nasce il paradosso: l’AI è figlia della velocità. È stata costruita per accelerare, comprimere, anticipare. Sembrerebbe l’ultima arma puntata contro la nostra già fragile pazienza. Ma se, invece, fosse esattamente il contrario? Se proprio la macchina più rapida mai costruita potesse diventare la custode della nostra lentezza?

Luciano Floridi, esperto di etica digitale a Yale, ci dice che l’AI non è intelligente nel senso in cui lo siamo noi: è una forma di agire senza comprendere, una capacità di risolvere problemi che ha smesso di aver bisogno di una mente. Ciò che a molti suona come un limite, è precisamente quanto la rende utile alla pazienza. L’AI non ha fretta perché non ha desiderio. Non prova l’angoscia del calo, non cerca il brivido del rialzo. All’AI non dobbiamo affidare il giudizio, bensì la disciplina. Una protesi per una virtù che abbiamo disimparato – certo stando attenti a non scambiare la disciplina per controllo. 

Edgar Morin ci avvertiva da decenni: il tempo lungo è il regno della complessità, e la complessità non si domina, si attraversa. L’AI ci può permettere di “attraversare” questa complessità. Può aiutarci a sostenere l’attesa senza farci prendere dal panico, a restare nel dubbio senza tradurlo all’istante in una azione.

È qui che il wealth management può ritrovare probabilmente un senso più profondo. Per anni si è sviluppata una narrazione per cui l’AI sia lo strumento con il quale si possa avere più efficienza, più dati, più velocità, più ottimizzazione, Oggi dobbiamo riconoscere che è una narrazione parziale. La promessa interessante è un’altra: la tecnologia che ha accelerato il mondo potrebbe essere educata a rallentarci. Non per renderci passivi, ma per riconciliarci con i ritmi che la finanza ha sempre richiesto e che la cultura dell’istante ci ha fatto dimenticare. È anche un compito per chi accompagna il cliente: il consulente del futuro non sarà chi reagisce più in fretta ai mercati, ma chi sa usare l’AI per difendere l’altro dalla propria impulsività, restituendo alla nobile arte dell’investire la sua dimensione di relazione e di fiducia, che non si misura in millisecondi.

La domanda dunque è: siamo disposti a lasciare che una macchina ci insegni l’attesa? C’è qualcosa di distopico forse nell’idea che la pazienza, tra le più umane delle virtù, possa tornare a noi grazie a un algoritmo? 

Se guardiamo indietro nella storia, gli strumenti che hanno fatto la differenza non sono mai stati quelli che hanno semplicemente assecondato l’uomo, bensì sono stati quelli che ci hanno permesso di sviluppare un processo di educazione collettiva. La stampa ha democratizzato la conoscenza. La scuola pubblica l’ha diffusa su larga scala. Internet l’ha resa accessibile in tempo reale. 

Se l’AI saprà ricordarci come si aspetta, avrà fatto per la finanza qualcosa di più grande di qualunque rendimento: ci avrà restituito il tempo.

Domande frequenti su L’AI ci insegnerà ad aspettare

Qual è il vero 'nemico' dell'investitore secondo l'articolo, e come si manifesta?

Il vero 'nemico' dell'investitore non è il mercato o l'inflazione, ma un istinto che spinge a vendere sui minimi e comprare sull'euforia. Questo si manifesta nel controllare il portafoglio frequentemente e confondere il movimento con il progresso.

Perché l'articolo sottolinea la discrepanza tra il 'tempo lungo' della ricchezza e il 'tempo breve' in cui viviamo?

La ricchezza si costruisce nel tempo lungo, ma la nostra tendenza a vivere nel tempo breve crea uno iato. Questa discrepanza temporale è identificata come il vero rischio per il risparmiatore.

Come l'intelligenza artificiale (AI) potrebbe aiutare gli investitori a superare i loro istinti dannosi?

L'articolo suggerisce che l'AI potrebbe insegnare agli investitori ad aspettare, contrastando l'impulso a reagire emotivamente ai movimenti di mercato. Questo aiuterebbe a evitare decisioni impulsive che danneggiano il portafoglio.

Quale concetto sociologico viene citato per descrivere la condizione dell'investitore moderno?

L'articolo menziona Zygmunt Bauman, un celebre sociologo, che ha coniato una formula per descrivere la condizione dell'investitore moderno. Questa formula si riferisce alla tendenza a vivere nel tempo breve, in contrasto con la costruzione della ricchezza nel tempo lungo.

Quali comportamenti tipici dell'investitore sono considerati dannosi secondo l'articolo?

I comportamenti dannosi includono la tendenza a vendere quando i prezzi sono bassi e a comprare quando sono alti, il controllo ossessivo del portafoglio e la confusione tra il movimento dei prezzi e un reale progresso finanziario.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale
Uomo calvo con barba, occhiali, giacca e camicia bianca, mani giunte.

di Oscar Logoteta

Oscar Logoteta è Chief Information Officer di We Wealth, dove guida la strategia tecnologica, lo sviluppo dei prodotti digitali e i progetti di innovazione basati sui dati e sull’intelligenza artificiale. Nel corso della sua carriera ha maturato oltre 15 anni di esperienza nei settori media, education e piattaforme digitali, lavorando, tra le altre realtà, per RCS e Pearson. Parallelamente all’attività professionale, è autore di racconti e romanzi gialli pubblicati da Fratelli Frilli Editori, tra cui Milano disillusa, Milano sottozero e Milano Vertigo.

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