Donald Trump ha indicato l’ex governatore della Fed Kevin Warsh come successore di Jerome Powell alla presidenza della banca centrale, riducendo i timori che alla guida della Federal Reserve potesse arrivare una figura apertamente politica, come il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett. L’annuncio è arrivato tramite un post sul social network del presidente e dovrà ora essere convalidato da un voto del Senato, dove i repubblicani dispongono di una maggioranza sottile.
La scelta di Warsh, 55 anni, governatore della Fed tra il 2006 e il 2011, viene letta dai mercati come un tentativo di contenere le preoccupazioni su una banca centrale eccessivamente permeabile alle richieste della politica. “Conosco Kevin da molto tempo e non ho alcun dubbio che passerà alla storia come uno dei GRANDI presidenti della Fed, forse il migliore. Oltre a tutto il resto, è perfetto per il ruolo e non ti deluderà mai”, ha scritto Trump.
Una lettura che trova un primo fondamento nel profilo istituzionale di Warsh, che negli anni ha difeso l’indipendenza della Fed come condizione necessaria della sua credibilità. In un intervento del 2013, Warsh ricordava che “la Federal Reserve è indipendente all’interno del governo, ma non dal governo”, sottolineando come il suo potere, pur significativo, resti “delimitato” dal mandato conferito dal Congresso. Una precisazione che, oggi, suona come un argine teorico all’idea di una Fed trasformata in strumento di gestione del consenso politico.
È verosimile che a consentire a Warsh di entrare in lizza per la successione di Powell, il cui mandato scade a maggio, siano state soprattutto alcune prese di posizione più recenti. In particolare, in un’intervista rilasciata a Fox News — l’emittente più vicina a Trump — Warsh ha parlato di “spazio per tassi di interesse più bassi”, condizionandolo però a una riduzione degli asset iscritti a bilancio della Fed. Un’impostazione che punta a riequilibrare i benefici della politica monetaria tra Main Street — famiglie che necessitano di mutui più accessibili — e Wall Street, che secondo Warsh non dovrebbe più dipendere da una banca centrale impegnata nell’acquisto di MBS o nella monetizzazione del debito attraverso i Treasury.
Warsh contro il consenso: tassi bassi e QE non sono strumenti ordinari
La critica di Warsh alla Fed post-crisi finanziaria non si è mai collocata nel solco invocato da Trump — quello di una banca centrale troppo lenta nel tagliare i tassi — ma su un piano quasi opposto. Nel 2016, in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal, Warsh definiva “sconcertante che così tanti accademici spingano per innalzare l’obiettivo di inflazione dal 2% al 3% o al 4%”, avvertendo che una simile scelta avrebbe minato la credibilità della politica monetaria e finito per “compiacere Wall Street, che invoca politiche monetarie ancora più accomodanti”.
Nello stesso articolo, Warsh descriveva una relazione patologica tra banca centrale e mercati finanziari: “La Fed tratta i mercati come una bestia da domare, un cucciolo da accudire o un meccanismo da manipolare… La Fed è in balìa dei mercati finanziari e i mercati sono in balìa della Fed”. Una prigionia che, a suo giudizio, ha spinto la Federal Reserve verso politiche troppo accomodanti e verso un uso sempre più estensivo di strumenti straordinari.
Non a caso, Warsh è stato uno dei critici più duri dell’idea che tassi bassi, quantitative easing e forward guidance possano essere utilizzati come leve ordinarie di gestione dell’economia. Già nel 2013 osservava che “la legge dei rendimenti decrescenti si applica anche ai mercati finanziari”, mettendo in discussione i modelli econometrici che suggeriscono una relazione meccanica tra tassi più bassi e maggiore crescita. In questa prospettiva, l’attivismo monetario prolungato non rafforza la Fed, ma ne erode l’autorevolezza.
Credibilità, indipendenza e il vero interrogativo per i mercati
Il filo rosso del pensiero di Warsh resta la credibilità istituzionale della banca centrale. “La credibilità della Fed è il bene più importante che possiede, più potente persino dei Treasury e degli altri asset iscritti a bilancio”, scriveva nel 2013. Una credibilità che, a suo avviso, “consente alla Fed di agire con forza quando necessario — e di restare ferma quando i benefici dell’azione sono superati dai rischi”. Da qui anche una distinzione netta tra ciclo economico e ciclo politico: “Un’economia che cresce lentamente, con inflazione stabile, non è un panico. I politici possono esserlo, soprattutto in prossimità delle elezioni. Ma questo non significa che la Fed debba esserlo”.
Questa impostazione è riaffiorata anche in un’intervista rilasciata nel 2020 alla Yale School of Management, in cui Warsh ha messo a confronto la Fed della grande crisi finanziaria con quella dell’era Covid. “A stento percepivo funzionari governativi, al di fuori delle mura della Fed, che cercassero di influenzare la nostra autonomia nel prendere le decisioni finali. Questo è ciò che significa vera indipendenza”, affermava, aggiungendo che i confronti con Casa Bianca, Tesoro e Congresso erano “spesso tesi, ma diretti e basati sui fatti… scontri giusti”. Un modello che lo stesso Warsh si chiedeva se fosse stato replicato negli anni più recenti.
È dunque su questo punto che si concentra la vera incognita per i mercati: non tanto se Warsh taglierà o meno i tassi nel breve periodo, quanto se — e fino a che punto — resterà coerente con una visione che ha sempre visto nell’uso politico della banca centrale un rischio per la stabilità e per la credibilità stessa della Fed.

