I mercati hanno reagito positivamente agli annunci dell’amministrazione statunitense, secondo i quali Teheran starebbe prendendo in considerazione una lista di 15 condizioni per la conclusione del conflitto trasmessa attraverso la mediazione del Pakistan – il tutto, però, ignorando le plateali smentite della Repubblica Islamica. L’indice Stoxx 600 ha chiuso in rialzo dell’1,38%, il Ftse Mib dell’1,48%, mentre l’S&P 500 ha aperto in moderato rialzo la seduta di mercoledì. Allo stesso tempo, il Brent è sceso sotto quota 100 dollari al barile per poi ridurre l’impatto degli annunci americani. Infatti, Teheran ha seccamente smentito di aver aperto un qualsiasi negoziato con gli Usa e Israele e ha trasmesso una lista di proprie condizioni per allentare la presa sul traffico marittimo che sta mandando in tilt il mercato energetico globale. Fra i punti fissati dalla Repubblica Islamica compaiono “la fine del conflitto su tutti i fronti della regione, inclusi gli attacchi contro i suoi alleati”, come Hezbollah in Libano, “il riconoscimento del diritto sovrano dell’Iran a esercitare autorità sullo Stretto di Hormuz” e riparazioni per i danni di guerra.
La linea dura iraniana e il rischio escalation nello Stretto di Hormuz
Nelle ore precedenti, un portavoce militare iraniano aveva affermato che gli Usa stavano “negoziando con sé stessi” per uscire da una “sconfitta strategica”. Un alto funzionario citato dall’emittente TV statale Press TV ha aggiunto che “l’Iran metterà fine alla guerra quando lo deciderà e quando saranno soddisfatte le sue condizioni”, definendo la proposta in 15 punti di Washington “scollegata dalla realtà del fallimento americano sul campo di battaglia”.
Ancora più netto il messaggio video proveniente dal comando militare iraniano di Khatam al-Anbiya: “La nostra prima e ultima parola è sempre stata, è e sarà questa: qualcuno come noi non verrà mai a patti con qualcuno come voi — né ora né mai… Non chiamate accordo la vostra sconfitta. L’era delle vostre promesse è finita”.
E mentre lo Stretto di Hormuz continua a essere soggetto al blocco iraniano, fonti militari vicine alle Guardie della Rivoluzione, citate dall’agenzia Tasnim, hanno annunciato che il Paese sarebbe “in grado e intenzionato” a minacciare il passaggio delle navi di fronte alle coste dello Yemen per interdire il traffico nel Mar Rosso – ossia lo stretto di Bab el-Mandeb, in passato preso di mira dai ribelli filo-iraniani Houthi.
Divisioni geopolitiche e impatto su tassi e crescita europea
Tutto questo non è bastato a dissipare una reazione prevalentemente ottimista sui mercati, alla luce dell’intenzione sempre più chiara di arrivare a una chiusura rapida del conflitto da parte di Washington. A spingere nella direzione opposta, però, sono gli alleati arabi nell’area del Golfo, preoccupati dal piano in 15 punti e dalla fretta di chiudere rapidamente la guerra. Secondo quanto trapelato da alcune fonti raggiunte dal Wall Street Journal, i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, Paesi fra i più coinvolti dalle rappresaglie di Teheran, avrebbero esercitato pressioni affinché Donald Trump protragga il conflitto fino a ridurre la minaccia alla sicurezza rappresentata dall’Iran.
Nonostante le reazioni di mercato, dunque, la distanza fra Washington, i suoi alleati e l’Iran sembra allontanare le possibilità di un accordo a breve termine sulla cessazione delle ostilità.
Le conseguenze di uno shock prolungato sono già incorporate nelle attese sull’andamento dei tassi d’interesse nell’Eurozona, che sono salite da due a tre rialzi nel corso del 2026. Una previsione che prende corpo anche negli scenari più severi delineati nell’ultimo aggiornamento di S&P Global Ratings: “Se lo shock dei prezzi del petrolio dovesse rivelarsi più intenso e duraturo rispetto al nostro scenario di base attuale, l’inflazione potrebbe superare il 5% a maggio o giugno”, ha dichiarato il capo economista di S&P Global Ratings, Sylvain Broyer. “Questo porterebbe l’economia europea in una recessione tecnica a metà anno”.

