Investire in aziende inquinanti: verso una tassa sui rendimenti?

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In occasione della Cop27, Oxfam invita i governi a introdurre una tassa sui rendimenti degli investimenti finanziari in settori inquinanti. Pietro Bracco di AndPartners tax and law firm spiega a We Wealth se e in che modo un prelievo di questo tipo possa essere applicabile

Gli investimenti dei miliardari in settori economici inquinanti generano una quantità di emissioni un milione di volte superiore rispetto a qualsiasi cittadino collocato nel 90% più povero della popolazione mondiale

Qualora i miliardari focalizzassero i propri investimenti in fondi che rispettino standard ambientali e sociali più stringenti potrebbero ridurre l’attuale intensità delle loro emissioni fino a quattro volte

Dopo il debutto estero di Giorgia Meloni, che nella giornata di lunedì ha rinnovato l’impegno dell’Italia a “fare la propria parte sul clima”, proseguono i lavori della Cop27 a Sharm el-Sheik. Mentre si apre il dibattito sul ruolo dei grandi investitori. Stando a un nuovo rapporto pubblicato da Oxfam, infatti, gli investimenti dei miliardari in settori economici inquinanti generano una quantità di emissioni un milione di volte superiore rispetto a qualsiasi cittadino collocato nel 90% più povero della popolazione mondiale. Si parla di 3 milioni di tonnellate contro 2,76 tonnellate di Co2 pro-capite in un anno. Uno scenario che, secondo la confederazione internazionale di organizzazioni non governative dedicate alla riduzione della povertà globale, renderebbe necessaria una tassazione più incisiva. Aumentando il prelievo sui rendimenti degli investimenti finanziari in settori inquinanti.

Miliardari: alle aziende inquinanti il 14% degli investimenti

Il dossier fa luce in particolare sulle emissioni associate agli investimenti di 125 miliardari in 183 tra le più grandi aziende a livello globale, in cui detengono una partecipazione azionaria per un controvalore complessivo di 2.400 miliardi di dollari. Quasi il 70% delle emissioni dei super-ricchi sono connesse infatti ai loro investimenti, destinati per il 14% a settori inquinanti come i combustibili fossili o l’industria del cemento. Secondo le stime Oxfam, qualora i miliardari focalizzassero i propri investimenti in fondi che rispettino standard ambientali e sociali più stringenti potrebbero ridurre l’attuale intensità delle loro emissioni fino a quattro volte. Un incremento dell’imposizione sui grandi patrimoni, inoltre, permetterebbe di raccogliere 1.400 miliardi di dollari all’anno da destinare per esempio ai paesi in via di sviluppo (i cui costi di adattamento alla crisi climatica, ha calcolato l’Unep, toccheranno i 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2030). 

“Il fatto che pochi miliardari siano responsabili di un livello di emissioni pari a quello di interi paesi descrive un mondo sempre più disuguale, in cui una ristretta élite ha il potere di decidere le sorti del pianeta”, ha dichiarato Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia. “Il livello di emissioni prodotte con il loro stile di vita, fatto di jet e mega yacht privati, è già di per sé migliaia di volte superiore a quello di un normale cittadino, ma quando prendiamo in considerazione gli effetti dei loro investimenti siamo all’incredibile”. In questo contesto, aggiunge, il vertice delle Nazioni Unite sul clima “avrà l’enorme responsabilità di smascherare e cambiare le politiche delle grandi aziende e dei loro ricchi investitori, di fronte ai super profitti derivati da attività enormemente inquinanti che stanno accelerando in modo esponenziale la crisi climatica globale”. Mentre i governi dovrebbero non solo “rendere pubblici i dati sui livelli di emissioni” di cui sono responsabili i super-ricchi ma anche aumentare il prelievo sui rendimenti degli investimenti finanziari in settori inquinanti.

Tassare gli investimenti in settori inquinanti: si può fare?

We Wealth ha intervistato Pietro Bracco (dottore commercialista e partner di AndPartners tax and law firm) per chiarire se e in che modo un prelievo di questo tipo possa essere applicabile, in un contesto in cui la finanza sostenibile continua a fare i conti con un caos regolamentare. “Una tassazione sulle attività inquinanti è possibile, basterebbe capire se vuol essere una tassazione diretta su quello che si guadagna o indiretta sui patrimoni o sui consumi, come accade normalmente quando si parla di questa tipologia di questioni”, spiega Bracco. “Un esempio di tassazione diretta è quella sugli extraprofitti delle società energetiche, che punta a compensare i maggiori guadagni legati all’aumento del prezzo del gas. Ma già nel piano annunciato da Ursula von der Leyen (presidente della Commissione europea) al momento del suo insediamento erano previste anche delle tassazioni su chi inquinava di più, su due profili”. Innanzitutto, continua l’esperto, la Carbon border tax che adegua alla frontiera europea il prezzo dei prodotti importati sulla base del quantitativo di emissioni di Co2 in essi incorporato. “Poi si parla di una modifica della tassazione delle accise: mentre fino a oggi assoggettavamo ad accisa i prodotti in base al consumo (nella logica più consumi meno paghi) ora l’Unione europea, con il filone del Green new deal, sta adottando la logica più inquini più paghi”.

Gli strumenti finanziari in particolare, continua l’esperto, sono da sempre soggetti a una tassazione agevolata. In Italia, per esempio, il D.L. 66/20141 (con decorrenza 1° luglio 2014) ha innalzato dal 20% al 26% l’aliquota dell’imposta sostitutiva e della ritenuta sui redditi di natura finanziaria percepiti da persone fisiche al di fuori dell’esercizio d’impresa mentre ha lasciato invariato al 12,5% il prelievo sui titoli pubblici. “Ma non esiste una tassazione separata a seconda dell’inquinamento, neppure in Europa. Come farla? Applicandola sulla base della tipologia di investimento, come green bond o fondi che investono in società con seri profili di sostenibilità. Certo, non sarebbe facile. Quando si individua una tipologia di soggetti da tassare, nell’ambito soggettivo, si considerano elementi economici: soggetti con una certa tipologia di codice Ateco, soggetti che comprano o vendono energia elettrica, gas e petrolio (se si parla degli extraprofitti), soggetti che investono in titoli di Stato, soggetti con ricavi fino a 65mila euro (se si parla della flat tax), per esempio. Ma quando si entra nel concetto di sostenibilità, la situazione si complica. Bisognerebbe inserire dei criteri nella norma che identificano esattamente quando un’impresa, un bond o un investimento non è inquinante. Criteri oggettivi che possano reggere a un contesto di costituzionalità o di compatibilità con il diritto comunitario”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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