Ucraina, fare la guerra senza fare la guerra

Alberto Negri
Alberto Negri
19.5.2022
Tempo di lettura: 5'
Evitare il massacro sarebbe stato possibile se Ucraina e Russia, con la mediazione Usa, avessero intavolato trattative

L’Europa è stata messa, di fatto, fuori dai giochi con il fallimento dei cosiddetti accordi di Minsk del 2015. Gli Usa, dal canto loro, si sono disinteressati alle soluzioni diplomatiche: queste le cause originarie del conflitto in Ucraina, secondo Alberto Negri

Nulla di tutto questo indebolisce le responsabilità di Putin, guidato dal sogno di ricostruire l’Urss. Il risultato è che l'Ue è stata inchiodata al dilemma geopolitico del secolo e forse della nostra stessa sopravvivenza: combattere Mosca, senza entrare mai sul campo di battaglia

Cosa è stato lo sappiamo, cosa accadrà nel do­poguerra, posto che ci sia davvero, possiamo immaginarlo. La guerra è una pace mancata: se Kiev e Mosca - con Washington di mezzo a volere evitare seriamente un conflitto - avessero intavolato prima trattative forse avremmo evitato il massacro.

Era evidente che l'Europa non ce l'aveva fatta a fare la pace. La guerra durava già da otto anni, con una fase iniziata nel 2014 che ha portato all'annessione russa della Crimea e ha visto contrapporsi nell'Ucraina orientale le forze di Kiev e le milizie separatiste del Donbass, provocando oltre 14mila morti. La rivolta del Maidan aveva portato alla cacciata del presidente Janukovich e a una revisione completa del sistema politico dell'Ucraina. Venne annunciata anche una legge che avrebbe impedito l'utilizzo della lingua russa che provocò disordini nel sud-est dell'Ucraina tra manifestanti a favore e contro tale legge. All'epoca rarissime furono le analisi circa la discriminazione e le norme internazionali in materia di tutela delle minoranze. L'Unione Europea non si soffermò in nessun modo su questi aspetti e non ne conseguì nessuna valutazione sulla necessaria tutela delle minoranze russe presenti in Ucraina. Tra settembre 2014 e febbraio 2015, Russia, Ucraina, Francia e Germania firmarono diverse versioni dei cosiddetti accordi di Minsk che però non furono mai attuati. Con il fallimento di quegli accordi l'Europa è uscita di scena.

Gli Usa di Obama ave­vano delegato la diplomazia agli europei e si erano tenuti fuori dai negoziati, visti come una legittimazione dell'annessione della Crimea alla Russia. La po­sizione americana sul ruolo dell'Unione fu allora sintetizzata dalla celebre invettiva del segretario di Stato aggiunto, Victoria Nuland, “Fuck the Eu”, letteralmente “l'Unione europea si fotta”, scap­pata nel gennaio 2014 durante una telefonata con l'ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt, in cui discuteva la possibilità di un accordo tra il governo ucraino di Janukovich e l'opposizione. Il disinteresse americano alle soluzioni diploma­tiche si sono poi riflesse nelle argomentazioni (e nelle bugie) di Putin. Quando nell'autunno scorso i russi hanno cominciato ad ammassare truppe ed equipaggiamenti militari al confine ucraino, hanno sottoposto agli Stati Uniti una lista di “proposte”, una sorta di ultimatum, tra cui lo stop all'espansione della Nato, l'arretramento del suo schieramento e l'inizio di un negoziato per una nuova architettura di sicurezza.

La risposta è stata gelida: la classe politica americana ha ritenuto irricevibili le richieste di Mosca e la ha paragonate alle concessioni del premier britannico Chamberlain a Hit­ler. All'amo della finta diplomazia sulla questione ucraina hanno abboccato soltanto i leader europei. Sia i russi che gli americani non aspettavano altro, gli uni per iniziare un'invasione che li ha portati a occupare altri territori ucraini, gli Usa per allungare una guerra per procura e logorare Mosca, alleata della Cina, sul campo di battaglia continentale. Tutto questo non attenua minimamente le responsabilità di Putin in questa guerra scellerata. Abban­donato il comunismo, alla Russia restava il nazionalismo e ha trovato nel 1999 un leader per il quale la fine dell'Urrs nel '91 “è stata una tragedia geopolitica”. L'ideologia fa della nazione russa e di tutto quanto è russo una sorta di “oggetto sacro irrinunciabile”, come aveva scritto Franco Fornari in un lontano saggio sulla psicoanalisi della guerra.

Il risultato è che ora l'Europa è stata inchiodata al dilemma geopolitico del secolo e forse della nostra stessa soprav­vivenza: fare la guerra a Mosca senza entrare in guerra. Ma il tutto si regge su un equilibrio sottilissimo e il filo lo tengono da una parte Putin e dall'altro gli Usa, gli inglesi e Zelensky. È evidente che inviando armi agli ucraini la guerra ha maggiori probabilità di allungarsi e forse anche ad allargarsi. Più si alimenta un incendio e più divampa. Nel dopoguerra forse l'isolamento della Russia sarà inferiore a quanto crede l'Europa. Non solo perché la Cina e l'India e altre nazioni sono vicine alle posizioni di Mosca ma soprattutto perché l'impoverimento sarà soprattutto europeo. L'Europa per anni resterà separata dalla Russia: non è certo sol­tanto una questione di materie prime ma di orizzonti e di prospettive. Forse avremo dentro le istituzioni europee l'Ucraina, con la Russia destinata nel nostro immaginario bellico a restare “non Europa”, come per buona parte sono ancora pezzi dei Balcani. La guerra ha aperto una voragine e insieme una sorta di deriva continentale.
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È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante".
Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.

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