Tesla e le altre: storia di una bolla (in parte) già vista

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
21.6.2021
Tempo di lettura: 5'
L'ascesa e la discesa di Tesla, della clean energy e delle spac sono per molti aspetti una reminiscenza delle dot.com di inizio millennio. Ma il finale potrebbe essere diverso

Il WSJ ha messo alla luce diverse similitudini tra la bolla delle dot.com e quella che nell'ultimo anno ha interessato diverso comparti azionari

Cisco, il titolo del momento del 2000, crebbe del 133%; Tesla, il titolo del momento del 2020, è cresciuto del 110%

Nel 2000 il tasso decennale del Treasuty americano era al 7%. Oggi invece il titolo di stato a dieci anni paga solo l'1,5%

Le somiglianze tra quanto sta accadendo oggi sui mercati e il 2000 delle dot.com abbondano. Sia a livello di performance che di comportamento degli investitori. A differire, in parte sono invece i protagonisti della bolla. Allora a trasportare fino a livelli irrazionali l'entusiasmo degli investitori erano tutte le società che - anche solo nel nome - avevano qualcosa a che fare con internet. Oggi invece sono i titoli legati all'energia pulita, alle auto elettriche, alla cannabis a calamitare oltremisura i capitali. E ad aver fatto perdere parecchi soldi a chi non è uscito per tempo. Tuttavia, ci sono ragioni per sperare che, a differenza dell'inizio del secolo, il malessere non si diffonda al resto del mercato. A fare il punto è un articolo del Wall Street Journal.
La prima somiglianza è questione di numeri. Tra il settembre del 1999 e il marzo del 2000,  la paura di perdersi i rendimenti dei titoli internet aveva gonfiato il Nasdaq Composite dell'83%. Una performance simile a quella conosciuta dai comparti odierni in bolla. Da settembre dell'anno scorso ai massimi di quest'anno, il fondo sull'energia solare di Invesco è balzato dell'88%, l'etf sull'energia pulita globale di Blackrock è balzato dell'81% e l'etf sull'innovazione di Ark del 70%. Cisco, il titolo del momento del 2000, crebbe del 133%; Tesla, il titolo del momento del 2020, è cresciuto del 110%. A saltare all'occhio è anche il timing con cui la bolla è prima montata e poi si è sgonfiata. Le dot.com raggiunsero il loro picco di valutazione il 10 marzo, per poi iniziare una traiettoria al ribasso che le portò in giugno ad avere un valore di circa un quarto più basso rispetto a tre mesi prima. Tesla oggi prezza a 619 dollari, il 30% in meno rispetto al valore di inizio febbraio.
La seconda similitudine - questa di tipo comportamentale - sa di regola da tenere a mente. Quando gli scettici – investitori istituzionali e hedge fund inclusi - si convincono a saltare sul treno, allora è un buon momento per scendere. Alla fine del 1999 la fomo ha spinto gli scettici a comprare contro le loro stesse convinzioni, alla luce di performance stratosferiche registrate dalle ipo.  L'ultimo trimestre del 2020 ha invece coinciso con il momento in cui Tesla è stata presa sul serio, entrando a far parte dell'S&P 500 e l'energia pulita per molte grandi istituzioni in cerca di etichette sostenibili sono diventati un must a prescindere dal prezzo. Infine, in entrambi i casi il “boom and bust” dei titoli in bolla non si è accompagnato a una pari correzione del mercato. All'epoca delle dot.com l'S&P tra marzo e giugno, era sceso solo del 4% dal suo massimo. Oggi, invece, l'S&P ha continuato a fare nuovi massimi nonostante il crollo dei titoli che andavano di moda.

Ciò che oggi, incrociando le dita, potrebbe divergere rispetto a vent'anni fa sono le ripercussioni del crollo. Sebbene infatti come visto l'S&P nel mentre non fu molto scosso, i guai giunsero nei mesi a seguire, con l'indice di riferimento del mercato statunitense che arrivò a dimezzare il proprio valore nel giro di due anni.  Secondo il WSJ ci sono buone ragioni per pensare che questa volta il mercato possa resistere alla bolla. La ragione principale è che il crollo dei prezzi di questi mesi ha interessato solo una nicchia del mercato e l'impatto sui portafogli degli investitori è stato modesto. Il Nasdaq in bolla di inizio millennio invece valeva la metà del S&P500. E non è una questione di prezzo. Inoltre le imprese protagoniste di queste mesi hanno raccolto e speso meno soldi rispetto alle dot.com, senza contare che impiegano anche meno persone: un loro eventuale fallimento comporterebbe un minore impatto economico.  Infine c'è anche un discorso di costo-opportunità da considerare. Nel 2000, spostandosi di mercato, gli investitori potevano guadagnare quasi il 7% dai Treasury a 10 anni. Oggi gli stessi titoli del tesoro sono molto meno appetibili, offrendo un “misero” 1,5%.
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti