Il 2023 sarà l’anno della recessione Usa, per il 70% degli economisti

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Secondo un sondaggio degli economisti condotto dall’Università del Michigan la Fed sarà costretta a rialzi dei tassi inevitabilmente dolorosi

Il 40% circa degli economisti intervistati da Ft e Università del Michigan Booth School of Business ritengono che la recessione Usa si osserverà entro la prima metà del 2023

Una rilevante minoranza del 21%, tuttavia, continua a credere che la recessione non si farà vedere prima del terzo trimestre del 2024

Negli ultimi mesi se n’è parlato con crescente proeoccupazione e, oggi, a metterla in conto è ormai una larga maggioranza degli economisti. Dopo la rampante ripresa post-covid, gli Stati Uniti torneranno in recessione nel 2023, per effetto della massiccia stretta monetaria attualmente in atto. Ne è convinto il 70% degli economisti sondati dall’Università del Michigan – Booth School of Business e dal Financial Times. Il 40%, inoltre, ritiene che la contrazione del Pil americano si osserverà entro la prima metà del prossimo anno. Solo uno, fra i 49 economisti intervistati, si aspetta che la recessione si materializzerà già nel 2022, mentre una corposa minoranza di ottimisti (21%) ritiene che la recessione non si farà vedere prima del terzo trimestre del 2024.

Di solito, i mercati si posizionano in anticipo rispetto all’andamento atteso dell’economia. Se le previsioni di recessione dovessero via via concretizzarsi ci sarebbero le premesse per una seconda metà dell’anno ancora debole sul fronte azionario. Da inizio anno al 12 giugno l’S&P 500 ha già lasciato sul campo il 18,67%, mentre il Nasdaq Composite il 28,38%.

Nel frattempo, le attese degli analisti indicano che la Federal Reserve procederà al secondo rialzo da mezzo punto consecutivo nella sua riunione del 14-15 giugno – innalzando ulteriormente l’asticella dall’attuale range del tasso a 0,75-1%. Finora la Fed ha espresso forte determinazione nell’intento di riportare l’andamento dei prezzi sui livelli prescritti nel suo mandato, a un tasso di crescita del 2% a lungo termine. Per ritornare sulla giusta rotta la stretta monetaria necessaria potrebbe avere ripercussioni sulla crescita, ha ammesso negli ultimi interventi pubblici il presidente della Fed, Jerome Powell, sottolineando però che la forza del mercato del lavoro (con molti posti disponibili in rapporto ai lavoratori in cerca di occupazione) potrebbe favorire un atterraggio morbido per l’economia americana.

Sempre più economisti stanno sollevando dubbi sul fatto che questo scenario piuttosto roseo possa effettivamente concretizzarsi. “Non si tratta di far atterrare un aereo su una normale pista di atterraggio: si tratta di atterrare su una corda tesa, mentre i venti soffiano”, ha dichiarato al Ft Tara Sinclair, economista della George Washington University, “l’idea che riusciremo a far scendere i redditi e le spese di quanto basta per riportare i prezzi all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed non è realistica”. Non è raro che i rialzi dei tassi d’interesse delle banche centrali precedano le recessioni e, in questo caso, da domare c’è un’inflazione particolarmente elevata, che lo scorso maggio ha raggiunto l’8,6% annuo.

Comprensibilmente, il sondaggio degli economisti di Ft-Università del Michigan ha indicato un aumento delle aspettative per l’inflazione rispetto alla precedente rilevazione di febbraio. L’inflazione di fondo core, che esclude dal paniere le componenti più volatili come l’energia, vede una previsione mediana del 4,3% per la fine del 2022 – in calo rispetto al 6% rilevato a maggio, ma comunque ben al di là degli obiettivi della Fed. Proprio il costo dell’energia è stato citato, dal 57% degli intervistati, come il principale fattore che spingerà l’inflazione verso l’alto nei prossimi 12 mesi.

Buona parte degli economisti intervistati hanno dichiarato che la Fed potrebbe vedersi costretta ad inasprire il ritmo dei rialzi per cercare di riportare l’inflazione sotto controllo. Il 40% circa ritiene che raggiungere un tasso del 2,8% entro la fine dell’anno, il livello attualmente prezzato sui mercati, non sarebbe sufficiente allo scopo. Una volta raggiunto il picco del ciclo di rialzi, secondo le previsioni della maggioranza degli economisti, il tasso dei fondi federali si attesterebbe quasi al 4%.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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