La risposta delle banche centrali alla guerra eviterà la recessione?

Alberto Battaglia
21.4.2022
Tempo di lettura: 5'
Secondo l'economista Larry Summers l'esperienza storica indica che l'atterraggio morbido per l'economia questa volta sarà molto difficile

In tre diverse occasioni, 1965, 1984 e 1994, la Fed era riuscita a far salire i tassi senza portare l'economia in recessione. Ma "l'inflazione e la rigidità del mercato del lavoro in ognuno di questi periodi avevano poca somiglianza con il momento attuale", hanno scritto in una nuova ricerca Larry Summers e Alex Domash (Harvard Kennedy School of Government)

"Il nostro obiettivo è quello di usare i nostri strumenti per rimettere in sincronia la domanda e l'offerta, in modo che l'inflazione scenda e lo faccia senza un rallentamento che equivalga a una recessione", ha detto il presidente della Fed, Jerome Powell, nel corso di una tavola rotonda organizzata dal Fmi, "non credo che sentirete nessuno alla Fed dire che questo sarà semplice o facile. Sarà molto impegnativo. Faremo del nostro meglio per riuscirci"

Nel frattempo, il vicepresidente della Banca centrale europea, la “colomba” Luis de Guindos, ha dichiarato a Bloomberg di non vedere “alcuna ragione per cui non dovremmo interrompere il nostro programma di acquisto di asset a luglio”

Aumentare con rapidità i tassi d'interesse negli Stati Uniti e raffreddare i prezzi senza provocare una recessione sarà molto difficile, contrariamente a quanto indicato dal presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. E' quanto afferma l'influente economista Larry Summers (Harvard Kennedy School of Government) in una nuova analisi realizzata a quattro mani con il collega Alex Domash.

La ricerca ha simulato “la plausibilità delle previsioni della Fed”, esaminando dati dagli anni Cinquanta a oggi e osservando le conseguenze dei livelli di inflazione (alta) e disoccupazione (bassa) attuali. Secondo gli autori, si tratta di condizioni solitamente “seguite da recessioni a breve termine”.
“La nostra conclusione centrale è che, data l'attuale inflazione di quasi l'8% e la disoccupazione al di sotto del 4%”, scrivono Summers e Domash, “l'evidenza storica suggerisce una sostanziale probabilità di recessione nei prossimi 12-24 mesi”.

Se si verifica una recessione, lo ricordiamo, il prodotto interno lordo si riduce; con un "atterraggio morbido", continua a crescere, ma a un ritmo meno sostenuto. Per l'economia, per le aziende quotate e, dunque, per i mercati il secondo scenario è decisamente più più favorevole.

Il 20 aprile la Fed ha pubblicato il suo Beige Book sulle condizioni dell'economia americana, avvalendosi di un sondaggio condotto su imprese, economisti ed esperti di mercato. "Le prospettive di crescita futura sono state offuscate dall'incertezza creata dai recenti sviluppi geopolitici e dall'aumento dei prezzi", si legge nel documento, "le pressioni inflazionistiche sono rimaste forti rispetto all'ultimo rapporto, e le aziende hanno continuato a passare rapidamente i costi di produzione in aumento ai clienti".

Tuttavia, l'aumento dei prezzi per il momento non ha colpito le vendite in modo significativo e la recessione non sembra nei pensieri delle imprese sondate dalla Fed: solo una l'ha menzionata come possibilità.
Gli economisti, però, sembrano di un altro avviso.

“Alcuni hanno sostenuto che ci sono ragioni per essere ottimisti sulla base del fatto che gli atterraggi morbidi si sono verificati diverse volte nel periodo post-bellico - tra cui nel 1965, 1984 e 1994”, hanno scritto Summers e Domash, “qui mostriamo, tuttavia, che l'inflazione e la rigidità del mercato del lavoro in ognuno di questi periodi avevano poca somiglianza con il momento attuale”. Nella figura in basso i due economisti hanno voluto sottolineare le diverse “condizioni del mercato del lavoro durante questi presunti atterraggi morbidi”, rispetto alle condizioni attuali (a destra).



“In questi esempi storici, la Federal Reserve ha anche alzato i tassi d'interesse ben al di sopra del tasso d'inflazione - a differenza di oggi - e ha esplicitamente agito in anticipo per evitare che l'inflazione salisse, piuttosto che aspettare che l'inflazione diventasse già eccessiva”, hanno concluso gli autori, “questi periodi, inoltre, non hanno comportato grandi shock dell'offerta come quelli attualmente sperimentati negli Stati Uniti”.

Lagarde: "Rischi inflazione sono al rialzo"


"I rischi inflazionistici sono orientati al rialzo", ha dichiarato la presidente della Bce, Christine Lagarde, alla tavola rotonda organizzata dal Fondo monetario internazionale che a riunito anche l'omologo Usa, Jerome Powell. "L'inflazione salirà se i prezzi dell'energia e di altre materie prime aumenteranno ancora e se si verificheranno nuove strozzature nell'offerta", ha precisato Lagarde.

Anche Jerome Powell ha dichiarato nel corso del confronto di vedere ulteriori pressioni inflazionistiche a causa della guerra in Ucraina. "L'inflazione è un problema globale ed è ovunque, ma ci sono differenze", ha detto Powell, "negli Usa abbia un'inflazione di fondo (core) superiore a quella europea".

"Il nostro obiettivo è quello di usare i nostri strumenti per rimettere in sincronia la domanda e l'offerta, in modo che l'inflazione scenda e lo faccia senza un rallentamento che equivalga a una recessione", ha detto Powell, "non credo che sentirete nessuno alla Fed dire che questo sarà semplice o facile. Sarà molto impegnativo. Faremo del nostro meglio per riuscirci".


Bce, i falchi guadagnano altro terreno


Il tasso d'inflazione nell'Eurozona finale di marzo è arrivato al 7,4%, inferiore di un decimale rispetto alla stima preliminare e in rialzo dal 5,9% di febbraio. I prezzi energetici, nel frattempo sono passati dal +32% al 44,4%, ha comunicato Eurostat il 21 aprile. Nel frattempo, il vicepresidente della Banca centrale europea, la “colomba” Luis de Guindos, ha dichiarato a Bloomberg di non vedere “alcuna ragione per cui non dovremmo interrompere il nostro programma di acquisto di asset a luglio”. La Bce aveva già indicato, in modo generico, di aspettarsi la fine del Qe nel terzo trimestre, senza chiarire se all'inizio o alla fine. “Per il primo rialzo dei tassi dovremo vedere le nostre proiezioni, i diversi scenari", ma "dalla prospettiva di oggi, luglio è possibile e anche settembre, o più tardi, è possibile. Guarderemo i dati e solo allora decideremo", ha affermato de Guindos.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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