Le pericolose illusioni sull'Ucraina

Alberto Negri
Alberto Negri
16.6.2022
Tempo di lettura: 5'
Americani e inglesi, incoraggiati dalla forte resistenza di Kiev, si sono ingolositi. Gli Usa vedono in questo conflitto l’occasione di indebolire la Russia. Ma avrebbero sbagliato i calcoli

"La vittoria dell'Ucraina contro la Russia non è realistica": Alberto Negri sottoscrive queste parole pubblicate sul New York Times sollevando il problema di una sotterranea spaccatura fra gli alleati Nato.

Infatti, non tutti sono così convinti che Putin debba perdere sul campo: su questo il Regno Unito e fermissimo, molto meno Francia e Germania.

I missili che possono colpire la Russia. Riporto volentieri il brano di un editoriale del New York Times che la mattina, prima di aprire bocca, dovrebbero leggersi governanti e politici italiani, giornalisti e opinionisti vari, insieme a quel corteo di improvvisati che popola le nostre tv. Scrive il giornale americano: “La vittoria dell'Ucraina contro la Russia non è realistica”, sostiene il quotidiano Usa all'indomani delle forti critiche da parte di un gruppo di repubblicani al pacchetto di aiuti da 40 miliardi di dollari varato dagli Usa. “La guerra - scrive il quotidiano - entra in una nuova difficile fase. Una vittoria su Mosca, in cui l'Ucraina riconquista tutto il territorio che la Russia ha conquistato dal 2014, non è un obiettivo realistico. Sebbene la pianificazione e i combattimenti della Russia siano stati sorprendentemente sciatti, Mosca rimane troppo forte e Putin ha investito troppo prestigio personale nell'invasione per fare marcia indietro”. 

Qual è il problema? Il problema è che gli americani e gli inglesi, incoraggiati dalla forte resistenza degli ucraini e dalla loro attitudine al combattimento, si sono ingolositi. Gli Usa, da soli, hanno già investito in aiuti militari 59 miliardi di dollari, di cui 40 sono l’ultima tranche approvata dal Congresso. Gli Stati Uniti vedono in questo conflitto l’occasione di “indebolire la Russia”, come ha dichiarato il segretario alla Difesa Lloyd Austin. Lo stesso presidente americano Biden nel suo discorso in Polonia aveva detto che Putin “se ne deve andare”. In realtà gli americani a volte sfumano le loro posizioni e il capo di stato maggiore americano ha chiamato quello russo, probabilmente per evitare “incidenti” che possano scatenare una escalation incontrollabile. 

Le sfumature americane sono dettate dalla necessità di tenere unita la Nato e di non irritare troppo Germania e Francia. Chi non ha peli sulla lingua sono gli inglesi e in particolare la ministra degli esteri britannica Liz Truss. In un’intervista afferma di volere “che la Russia si ritiri dall’intero territorio ucraino e non sia più in grado di aggredire i vicini”. Ma soprattutto aggiunge: “Non sono d’accordo con l’idea di Macron che non bisogna umiliare la Russia e di trovare una via di uscita per Mosca. Putin deve perdere in Ucraina e dobbiamo vedere restaurata la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina: su questo siamo molto chiari”. In poche parole la ministra britannica attacca Macron e allo stesso tempo la Germania che vorrebbero vedere al più presto un cessate il fuoco. Per americani e inglesi, che menano le danze della Nato, la tregua non c’è senza un ritiro di russi? La posizione è ancora ambigua, forse il tiro verrà anche corretto, ma la sostanza è questa. Perché la Truss insiste? Il suo obiettivo è molto chiaro: aumentare le spac­cature dentro l’Unione europea. In queste settimane Le Monde ha dedicato un reportage all’entrata di Finlandia e Svezia nella Nato, dove si mette in evidenza che Polonia e Paesi baltici la pensano molto diversamente da Francia e Germania perché puntano a una sconfitta definitiva della Russia. Quindi l’obiettivo di un vasto fronte della Nato non è arrivare a una tregua ma alla sconfitta della Russia e magari a un cambio di regime nella capitale russa. Un obiettivo assai irrealistico e pericoloso. Se lo scenario fosse questo prepariamoci al peggio, come scrive il New York Times. Nel caso infatti che Mosca percepisse che l’obiettivo è una sconfitta e un ribaltamento del potere al Cremlino allora questo potrebbe essere classificato dalla élite russa come una “minaccia esistenziale” e portare all’uso, improbabile ma non impossibile, di armi nucleari tattiche. Ecco il motivo per cui gli americani stanno frenando nel consegnare agli ucraini missili e artiglieria di lunga gittata che possono colpire dentro al territorio russo. 

Ma la retorica della “vittoria” sulla Russia continua essere agitata ovviamente dal leader ucraino Zelenski e dagli inglesi in quanto è diventata un’arma politica per fare pressioni su quella parte di Unione europea che a Ovest incline a un compromesso con Putin. 

Quanto all’Italia siamo alle solite. Un Paese dove non si fa neppure il servizio militare è diventato nella sua versione ufficiale bellicista e nei talk show televisivi si sentono argomentazioni ridicole. In particolare sulla consegna delle armi all’Ucraina, per altro osteggiata da alcuni partiti e da una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Il problema non è solo dare o non dare armi all’Ucraina ma in cambio di che cosa. Con l’intervento contro la Libia di Gheddafi nel 2011 di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti l’Italia è stata devastata da una sconfitta epocale: arrivo di milioni di profughi, vite umane inghiottite dal mare, perdita del controllo di gas (oggi il gasdotto dalla Libia rende un decimo delle sue capacità) e di pozzi di petrolio, danni per miliardi di euro. Il nostro impegno deve essere sempre commisurato a questa sconfitta e al tentativo di porvi rimedio. Su questo punto chiave della nostra geopolitica abbiamo già perso delle occasioni e con l’Ucraina ne abbiamo persa un’altra per far valere i nostri interessi. 


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È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante".
Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.

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