Investimenti sostenibili: occhio ai diritti umani

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A quasi dieci anni dall’approvazione dei principi su imprese e diritti umani dell’Onu, ancora molto resta da fare. Sebbene i principali investitori istituzionali ne riconoscano il potenziale in termini di gestione dei rischi finanziari, molti non sanno ancora come adempiere alle loro responsabilità. I consigli e gli obiettivi dell’Unpri

Negli ultimi cinque anni circa 115 investitori istituzionali con oltre 13mila miliardi di dollari di aum si sono impegnati a collaborare con 100 società per migliorare pratiche e disclosure in materia di diritti umani

Più di 180 firmatari degli Unpri applicano ai loro portafogli di investimento varie forme di screening in relazione ai principi sui diritti umani dell’Onu o alle linee guida dell’Ocse

L’Unpri punta a introdurre domande sui diritti umani all’interno del proprio reporting framework, inizialmente solo su base volontaria per arrivare poi a un pieno rispetto dei principi entro il 2024

L’emergenza climatica, la crisi pandemica e decenni di crescenti disuguaglianze economiche hanno convogliato le attenzioni dei media, dei governi e dei cittadini sul comportamento degli investitori istituzionali. Molti, spiegano alcuni dei firmatari dei principi di investimento responsabile delle Nazioni Unite (Unpri) nel report Why and how investors should act on human rights, si domandano se il sistema finanziario globale nel suo complesso abbia davvero a cuore gli interessi più profondi della società civile, gestendo i capitali in modo tale da supportare economie realmente sostenibili e inclusive. Dopo l’approvazione dei principi su imprese e diritti umani (Ungp) da parte del Consiglio per i diritti umani dell’Onu nel 2011, ripresi poi anche dalle linee guida dell’Ocse per le imprese multinazionali, le aspettative sul fronte non hanno fatto che aumentare. Ma ancora molto resta da fare.
All’interno della “s” dell’acronimo esg (environment, social, governance), spiegano i ricercatori, emergono aspetti come le relazioni con i dipendenti, la diversità in tutte le sue forme, la salute, la sicurezza e il lavoro forzato, ma molte questioni legate ai diritti umani sono spesso classificate come “ambientali” o di “governance”, come l’accesso alle risorse idriche e l’equità fiscale. Sebbene tuttavia i principali investitori riconoscano che il rispetto degli standard sostenibili internazionali e la conseguente attenuazione dei potenziali effetti negativi sulle persone consentano anche una migliore gestione del rischio finanziario, molti non sanno ancora come adempiere alle loro responsabilità proprio sul fronte dei diritti umani.

Ma le iniziative nel tempo non sono mancate. Negli ultimi cinque anni circa 115 investitori istituzionali con oltre 13mila miliardi di dollari di asset under management si sono impegnati a collaborare con 100 società per migliorare pratiche e disclosure in materia di diritti umani, utilizzando gli Ungp come punto di riferimento. Inoltre, più di 180 firmatari degli Unpri applicano ai loro portafogli di investimento varie forme di screening in relazione agli Ungp o alle linee guida dell’Ocse, e un numero crescente di società sta divulgando informazioni sul tema, un’iniziativa sostenuta da 88 investitori con 5,3mila miliardi di dollari di patrimonio in gestione.

Cosa può essere fatto ancora dunque affinché la mancata risposta alle aspettative di clienti, governi, autorità di regolamentazione e società civile, non finisca per erodere la fiducia nei confronti del sistema finanziario? Secondo gli autori del rapporto Bettina Reinboth e Nikolaj Halkjaer Pedersen, rispettivamente head of social issues e senior specialist sustainable markets dell’Unpri, ci sono alcuni step che gli investitori istituzionali potrebbero tenere in considerazione. In primo luogo, dovrebbero coinvolgere tutta l’organizzazione nel loro “impegno politico in materia di diritti umani”, “integrandolo nei quadri di governance, nella gestione delle partecipate e nelle politiche e nelle strategie legate alle decisioni di investimento”, spiegano nello studio. Inoltre, aggiungono i ricercatori, “la gestione degli effetti potenzialmente negativi sui diritti umani” dovrebbe riflettersi anche “sulla costruzione del portafoglio, la selezione dei titoli e l’allocazione degli asset, ma anche nella selezione, nella nomina e nel monitoraggio di gestori, fondi esterni e altri fornitori di servizi”.

L’Unpri, dal proprio canto, ha annunciato poi anche la definizione di obiettivi pluriennali sul versante dei diritti umani. Tra questi, quello di supportare gli investitori istituzionali nell’implementazione degli Ungp attraverso la condivisione di conoscenze, esempi e materiali pratici. Ma anche l’introduzione di domande sui diritti umani all’interno del loro reporting framework, inizialmente solo su base volontaria per arrivare poi a un pieno rispetto dei principi entro il 2024.

Fonte: Why and how investors should act on human rights (Unpri)

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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