Il rischio Omicron sull’inflazione smuove la Fed dal torpore

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I segnali più risoluti da parte di Jerome Powell arrivano quando i mercati stanno già scontando le incertezze sulla nuova variante

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Secondo un nuovo rapporto dell’Ocse le prospettive dell’inflazione nel 2022 si sono ulteriormente scaldate e il possibile impatto della variante Omicron sulle catene dell’offerta potrebbe spingere ulteriormente i prezzi

Jerome Powell ha mandato in soffitta la narrativa sull’inflazione “transitoria” e ha aperto il campo a un possibile ritiro anticipato del Qe, che a sua volta avvicina l’appuntamento con il rialzo dei tassi

Il punto su cosa aspettarsi dal mercato di Filippo Diodovich (IG) e Richard Flax (Moneyfarm)

Tra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre le prospettive per l’economia globale si sono improvvisamente deteriorate. Succede tutto molto in fretta. Il 26 novembre viene segnalata dal Sudafrica una nuova variante del Covid-19 profondamente mutata rispetto al virus originario; il 30 novembre il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, afferma che la variante Omicron pone nuovi rischi e che il piano di acquisti di titoli, alla luce di un’inflazione elevata che rischia di rivelarsi più persistente del previsto sarà “forse concluso qualche mese prima” rispetto quanto previsto in precedenza. Infine, il 1° dicembre, l’Ocse pubblica il suo nuovo Economic Outlook, nel quale vengono decisamente riviste al rialzo le previsioni sull’inflazione in diverse aree del pianeta, con l’avvertimento che la Omicron potrebbe aggiungere nuove spinte al rialzo dei prezzi.

Nelle ultime cinque sedute al 1° dicembre l’indice S&P 500 ha lasciato sul campo il 3,48% , scontando le nuove incertezze sulla variante del Covid-19, ma anche l’ulteriore pressione sui prezzi che sembra aver spinto la comunicazione della Fed verso un più risoluto piano di uscita dalla politica monetaria espansiva. Se la stretta monetaria sarà più rapida e il commercio globale dovesse contrarsi nuovamente a causa di nuove chiusure anti-Covid, l’azionario del 2022 non potrà non subirne l’influenza.

“Le parole di Powell confermano che l’atteggiamento della Fed nei confronti dell’inflazione è cambiato”, ha dichiarato a We Wealth il senior market strategist di IG, Filippo Diodovich, “i timori dei membri del Fomc riguardo la variante Omicron sono più legati al peggioramento dei colli di bottiglia all’offerta (maggiore inflazione) che non al possibile calo della domanda e della crescita”.
Diodovich, che già prima delle ultime esternazioni di Powell attendeva a un’accelerazione del tapering ha dichiarato che la Fed potrebbe “doppiare o triplicare la velocità” con la quale vengono ridotti gli acquisti netti mensili di titoli, già dal prossimo meeting del 14-15 dicembre. Questo si tradurrebbe una riduzione di “30/45 miliardi di dollari al mese” permetterebbe di portare a zero il Quantitative easing “nei primi mesi del 2022, per avere le mani libere per un rialzo dei tassi di interesse il prima possibile in caso di ulteriore peggioramento dell’inflazione”.

La previsione di IG, un “forte aumento di velocità del processo di tapering”, è giustificata dal precedente “ritardo e l’immobilismo della Fed: Powell”, ha affermato Diodovich, “doveva mostrare nei toni e nelle azioni un impegno maggiore per fronteggiare il forte aumento dei prezzi al consumo”.

Omicron e il rischio-inflazione

Secondo le nuove previsioni dell’Ocse, l’inflazione prevista nel prossimo anno per le economie avanzate sale dal 3,9% stimato lo scorso settembre al 4,4%; in particolare, l’inflazione statunitense si manterrebbe ben al di sopra dell’obiettivo programmatico della Fed per tutto il 2022, con un tasso del 3,1%. Ancor più elevato, l’aumento dei prezzi nel Regno Unito, che il prossimo anno dovrebbe registrare un tasso d’inflazione del 4,4% (è ampiamente atteso entro questo dicembre che la Banca d’Inghilterra proceda al primo rialzo dei tassi dall’inizio della pandemia). Nell’Eurozona, poi, i prezzi continueranno a crescere nel 2022 e si manterranno oltre la soglia del 2%, con un 2,68% nella media annua. Più nel dettaglio, l’Ocse prevede un picco dell’inflazione dell’Area euro nel quarto trimestre del 2021 (4%) che andrà poi a raffreddarsi fino a scendere sotto il 2% negli ultimi tre mesi dell’anno prossimo. Per l’Italia, infine, si prevede un tasso annuo del 2,24% nel 2022.

OECD Chart: Inflation forecast, Total, Annual growth rate (%), Annual, 2020 – 2022

Già così lo scenario anticiperebbe una maggiore probabilità di anticipo sull’agenda del rialzo dei tassi. Ma l’incognita della variante Omicron, della quale non è possibile ancora attestare l’effettiva pericolosità, rischia di esacerbare ulteriormente l’outlook sull’inflazione.

Secondo l’economista capo dell’Ocse, Laurence Boone, la Omicron potrebbe “creare più interruzioni dell’offerta e prolungare più a lungo un’inflazione più alta”. Questo scenario potrebbe moderarsi se si dovessero rendere necessarie “più restrizioni sulla mobilità, nel qual caso la domanda potrebbe diminuire e l’inflazione potrebbe effettivamente ritirarsi molto più velocemente”. L’impatto del Covid, infatti, può colpire sia l’offerta di prodotti – tramite la riduzione degli scambi e la disponibilità di prodotti – sia i consumi, limitando gli spostamenti delle persone e le occasioni per effettuare acquisti. Le conseguenze di una variante Omicron davvero pericolosa non si fermerebbero qui. Infatti, i governi potrebbero essere costretti a rimettere mano al portafoglio per sostenere imprese e famiglie se nuove chiusure dovessero essere imposte per garantire la sicurezza sul fronte sanitario: “sarebbe uno scenario in cui avremmo bisogno di maggiore supporto fiscale”, ha affermato Boone.

Per il mercato azionario un mix di tassi e inflazione più elevata del previsto potrebbero favorire i titoli value, quelli tradizionalmente meno impattati dal rialzo del costo del denaro oppure quelli caratterizzati da un Roi più elevato. “Il primo modo di vedere il problema, in modo piuttosto limitativo, è che le azioni value potrebbero sovraperformare, in particolare se l’inflazione è guidata dalla domanda. E’ l’argomento ‘la marea solleva tutte le barche’: se l’inflazione è in aumento, allora tutti dovrebbero vedere migliorare i propri ricavi”, ha affermato Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm. La seconda ipotesi è quella che sostiene che le aziende di qualità dovrebbero sovraperformare”, ovvero quelle caratterizzate da maggiori ritorni sugli investimenti (Roi). In questa seconda ipotesi “l’inflazione non aiuta tutti… se la crescita dei ricavi è superiore all’aumento dei costi della produzione, bene. In caso contrario, la capacità di generare utili dovrebbe diminuire”.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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