I Btp sono davvero un investimento privo di rischi?

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Non dipende solo dallo Stato, ma anche dalla pianificazione: chi oggi dovesse venderli prima della scadenza lo farebbe quasi sicuramente in perdita

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Anche se l’inflazione sta diminuendo, all’interno dell’Eurozona i rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine hanno raggiunto nuovi massimi da oltre un decennio. Il 4 ottobre il Btp a 10 anni ha toccato un rendimento del 5%, per la prima volta dal 2012. Ma questa volta non si tratta di una crisi di fiducia localizzata sull’Italia: anche il super-sicuro bund tedesco ha superato nella stessa giornata un rendimento del 3%, toccando un record dal maggio 2011. Se i rendimenti delle obbligazioni europee aumentano, affermano gli analisti, la causa va cercata negli Stati Uniti, dove la forza persistente del mercato del lavoro testimoniata dagli ultimi dati ha spinto le attese sull’inflazione e i rendimenti dei Buoni del Tesoro Usa. 

Btp, porto sicuro con riserva

L’investimento in titoli di Stato, viene comunemente considerato un porto sicuro per gli investimenti dei piccoli risparmiatori poco propensi al rischio delle azioni. Il Tesoro italiano, dal canto suo, ha cercato in più occasioni di attirare questa tipologia di risparmiatore con emissioni speciali come il Btp Italia indicizzato all’inflazione, il Btp futura e il Btp valore. La ragione di questa sicurezza percepita è dovuta al fatto che, di solito, il piccolo risparmiatore mantiene i titoli di Stato fino alla scadenza, incassando le cedole e ottenendo il rimborso integrale del capitale investito. Di conseguenza, ciò che accade al prezzo del titolo negli anni compresi fra l’acquisto e il rimborso sembrano fluttuazioni che riguardano poco chi investe con questo approccio.

Quando si investe a lungo termine, però, gli imprevisti possono capitare: una somma investita in un Btp che dista ancora molti anni dalla scadenza potrebbe dover essere liquidata prima del tempo. A quel punto, bisogna vendere il titolo alle condizioni che il mercato offre. Qualche volta questo avviene con profitto, ma nella fase attuale di tassi elevati, è molto più probabile che chi dovesse vendere un Btp comprato pochi anni fa, incasserà una cifra inferiore al capitale investito inizialmente.

Il motivo non è difficile da capire. Oggi, un titolo a cinque anni come il Btp valore viene proposto al mercato (nell’emissione del 2-6 ottobre) con un rendimento medio annuo del 4,36%; tre anni fa, in piena era covid, un titolo italiano con cinque anni di vita rendeva circa lo 2,3% annuo. Chi oggi si trovasse in mano un titolo che paga cedole così basse, non potrebbe che rivenderlo con uno sconto sul prezzo, in modo da compensare la distanza nel rendimento delle nuove emissioni comparabili. Si tratta della nota relazione inversa fra rendimenti e prezzi delle obbligazioni.

Un esempio dei potenziali danni provocati dall’aumento dei tassi è rappresentato dal Btp futura in scadenza nell’aprile 2037, il titolo riservato alle famiglie che il ministero dell’Economia aveva emesso nell’aprile 2021: immaginando di averne acquistati per 1.000 euro all’emissione, oggi, al netto delle cedole incassate, si porterebbero a casa solo 634 euro. A giustificare una perdita secca del 36,6% è proprio la differenza fra le cedole offerte da quel Btp, è quelle attualmente offerte per i titoli di nuova emissione.

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Il rischio tasso, gestirlo controllando la duration dei titoli

Nel gergo finanziario, quello appena descritto si chiama rischio di tasso (interest risk): quanto la variazione dei tassi d’interesse di mercato può incidere sul prezzo di un’obbligazione. In generale, più è lunga la scadenza del titolo, più questo rischio è pronunciato. Aver comprato titoli a lungo termine negli anni scorsi, con l’aumento dei tassi osservato fra il 2022 e il 2023 si è generalmente rivelato un cattivo affare, e questo non ha certo risparmiato i titoli riservati ai piccoli risparmiatori. Ma i danni non sono stati uguali per tutti. Ad esempio, i Btp Italia emessi prima del boom dell’inflazione nel 2021-22, essendo titoli indicizzati all’inflazione, hanno mantenuto un prezzo più attraente per via dell’adeguamento di capitale e cedola all’aumento del costo della vita.

In generale, i titoli indicizzati all’inflazione hanno una minore sensibilità al rischio di tasso, perché l’andamento dei tassi in molti casi (ma non sempre) viene determinato in seguito all’andamento dell’inflazione – proprio come avvenuto nell’ultimo anno. I tassi, però, possono aumentare anche per altre ragioni: ad esempio perché la solidità del Paese che ha emesso debito si deteriorano, minando la sua capacità di rimborsare i creditori – come avvenuto in Grecia nel 2011.

Un modo per ridurre il rischio di tasso è acquistare prevalentemente titoli a scadenza breve, meno rischiosi e solitamente meno remunerativi. In questa fase, come conviene distribuire gli investimenti in obbligazioni: meglio puntare sul breve termine o potrebbe essere un buon momento per ritornare sui titoli a lunga scadenza, sperando i tassi scendano?

“I tassi a breve sono un’opportunità che è difficile ignorare, ma altre componenti ora evidenziano rendimenti certi su scadenze di medio periodo e con rischi limitati”, ha dichiarato a We Wealth il fondatore di Consultique Scf, Luca Mainò, “una prima componente è quella delle obbligazioni a breve (titoli di stato entro 12-18 mesi) ma anche quella, ad esempio, degli Etf monetari, agganciati ai tassi ufficiali: in questo modo si resterà ‘indicizzati’ anche in caso di ulteriori aumenti dei tassi di interesse o al limite, si continuerà a beneficiare dell’attuale livello in essere”.

“Sulle medie scadenze (3-5 anni) è già possibile costruire una struttura obbligazionaria da completare in tranche periodiche e in maniera diversificata. La parte a lungo è forse quella dove ci sono più interrogativi: tanti puntano già ad un abbassamento imminente dei rendimenti, ma questo ancora non si è verificato”, ha proseguito il consulente finanziario autonomo, “qui l’accumulo potrebbe iniziare tra qualche tempo visto che appare legato all’effettivo verificarsi di una debolezza economica che tarda a manifestarsi”.

E i titoli indicizzati all’inflazione? “Con tassi reali che vanno sempre più verso l’alto, in ottica di medio termine e protezione del capitale, una componente del portafoglio può trovare effettivo utilizzo in questo segmento obbligazionario”.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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