La Borsa di Hong Kong è stata pressoché imbattibile nell’ultimo mese compreso fra metà aprile e metà maggio: in questo periodo l’Hang Seng ha messo a segno un rialzo del 19,23%, che ha sbriciolato sia Wall Street sia Piazza Affari, la cui performance nel periodo è stata attorno al 2 e al 4%, rispettivamente.
Da inizio anno al 16 maggio l’Hang Seng, un listino tipicamente più esposto alle oscillazioni degli investimenti internazionali rispetto alla Borsa di Shanghai, ha guadagnato il 13,66%, mentre lo Shanghai Composite è salito meno del 5%.
Hong Kong è riuscita a battere l’S&P 500 da inizio anno, anche se quest’ultimo indice ha guadagnato l’11,3% toccando un nuovo record storico il 15 maggio. Inoltre, da inizio anno il dollaro di Hong Kong ha guadagnato l’1,64% sull’euro, aumentando ulteriormente la performance di chi avesse scommesso sul recupero dell’indice dall’Europa.
Dietro alla rimonta
Ad aver favorito la “resurrezione” di Hong Kong, il cui listino ha recuperato quasi completamente il rosso degli ultimi 12 mesi, è stata la sommatoria di due fattori: il fatto che l’Hang Seng fosse stato il listino cinese più colpito dalla fuoriuscita di capitali negli ultimi anni e le politiche di sostegno finanziario messe in campo dalla banca centrale cinese, su impulso delle autorità di governo, ha affermato a We Wealth Carlo De Luca, Head of asset management presso Gamma Capital Markets.
In particolare, il presidente Xi Jinping ha affermato in un discorso ai quadri finanziari i cui contenuti sono stati resi noti solo a fine marzo, che è “necessario arricchire il cassetto degli attrezzi della politica monetaria… la Banca Popolare Cinese deve aumentare gradualmente la negoziazione dei titoli di Stato nelle sue operazioni di mercato aperto”. Benché queste parole risalissero allo scorso ottobre, hanno suggerito ai trader che Xi Jinping avrebbe potuto rispolverare il Quantitative Easing per la prima volta dai primi anni Duemila. Il 23 aprile un funzionario della banca centrale cinese, citato in forma anonima da una pubblicazione nazionale appoggiata dalla stessa PBOC, ha precisato che al momento la banca non sta conducendo un QE paragonabile a quello dei Paesi occidentali: “Il trading dei titoli di Stato della banca centrale sul mercato secondario può essere utilizzato come metodo di gestione della liquidità e come riserva di strumenti di politica monetaria”, ha affermato la fonte. Nonostante manchino indicazioni chiare sul ritorno del QE cinese, l’orientamento degli investitori internazionali sulla Cina sembra cambiato. Secondo i dati Epfr aggiornati all’8 maggio, le azioni cinesi hanno raccolto da inizio anno 47,9 miliardi di dollari di flussi netti, contro i 22,7 miliardi delle azioni giapponesi e i 10,44 miliardi investiti sulle azioni indiane (solo le azioni americane hanno ricevuto più acquisti di quelle cinesi).
Un recupero che può continuare?
Lo stesso De Luca aveva chiamato a più riprese il recupero delle azioni cinesi dopo la svendita del 2023, motivata dal rallentamento della domanda interna e dalle crisi dei costruttori immobiliari. “Ci aspettiamo che il mercato cinese possa continuare a salire nei prossimi mesi”, ha affermato De Luca, “in particolare stiamo investendo sul settore tecnologico cinese, attraverso azioni come Tencent e Baidu”.
La Borsa di Hong Kong ha avuto anni molto negativi alle sue spalle. Se la performance di prezzo dell’S&P 500 è stata pari all’85% negli ultimi cinque anni, quella dell’Hang Seng risulta in rosso per oltre il -30%, mentre Shanghai è sostanzialmente sui livelli di cinque anni fa. Anche per questo, chi volesse assumere una scommessa tattica di breve periodo sul rimbalzo delle azioni cinesi potrebbe preferire Hong Kong sulla base della pesante eredità negativa degli ultimi anni.

