Se la distribuzione è il primo pilastro della nuova fase, i fondi evergreen ne rappresentano il veicolo più visibile. Negli ultimi anni, queste strutture sono passate da nicchia a standard di mercato, oggi, infatti, quasi tutti i grandi gestori stanno lanciando o sviluppando soluzioni semi-liquide destinate al canale wealth. Secondo quanto emerso a Cannes, però, la fase dell’accesso sta lasciando spazio a quella della selezione. Come osservato durante una fireside chat dedicata al tema, “quello che era un concetto nuovo e di nicchia è diventato ormai completamente mainstream”. Ora, con i primi track record disponibili, iniziano a emergere differenze di performance tra i vari prodotti. La conseguenza è un ritorno centrale del ruolo delle banche private e degli advisor, chiamati a distinguere i prodotti migliori e a costruire portafogli coerenti con il profilo di rischio del cliente.
Resta poi il nodo della liquidità. Gli evergreen promettono finestre di uscita periodiche, ma investono in asset strutturalmente illiquidi. Il rischio, in caso di tensioni di mercato, è quello di meccanismi di gating o repricing. Proprio per questo, la trasparenza sulle caratteristiche dei fondi e la coerenza tra liquidità offerta e sottostante diventano elementi centrali per evitare problemi reputazionali.
Dal 60/40 al portafoglio integrato
Il terzo grande tema emerso a Cannes riguarda l’evoluzione dei modelli di asset allocation. Il tradizionale schema 60/40, basato su azioni e obbligazioni, lascia progressivamente spazio a strutture più articolate, in cui i private markets assumono un ruolo stabile. Secondo BlackRock, le allocazioni target potrebbero salire almeno al 20%, in un nuovo equilibrio 50-30-20. Non tanto come formula rigida, quanto come segnale culturale: i mercati privati non sono più un’aggiunta opportunistica, ma una componente core del portafoglio.
Nella pratica, però, non esiste un modello unico. Per AlTi Tiedemann Global, ad esempio, l’approccio più efficace è quello a tre bucket: stabilità, diversificazione e crescita. Il primo serve a proteggere liquidità e flussi di cassa, il secondo a stabilizzare il portafoglio con strategie come private credit e infrastrutture, il terzo a cercare rendimento attraverso una combinazione di public e private equity.
Un’impostazione simile, ma declinata in chiave consulenziale, è quella descritta da Mediobanca Private Banking, con il modello core-satellite. La componente core è costruita con fondi evergreen, per garantire continuità dell’esposizione, mentre la parte satellite è affidata a fondi chiusi e club deal, per aggiungere specializzazione e opportunità mirate. Le allocazioni, in questo caso, variano tipicamente tra il 5% e il 30%, a seconda del profilo del cliente. Il filo conduttore, al di là delle differenze, è sempre lo stesso: i private markets stanno passando da “alternativi” a infrastruttura del portafoglio. Ma questo passaggio richiede modelli di governance più robusti, maggiore educazione finanziaria e una gestione rigorosa della liquidità. La fase della democratizzazione, insomma, è ormai avviata. Quella della selezione, della disciplina e dell’integrazione nei portafogli è appena cominciata, ed è su questo terreno che si giocherà la prossima stagione dei mercati privati nel wealth.
(Articolo tratto dal magazine n. 88 di marzo 2026 di We Wealth)
