Filantropia, una storia silenziosa che oggi fa rumore (economico)

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Rose Main Reading Room della Main Branch della New York Public Library a New York, credits Touhey Photography.

La filantropia si è affermata come un gesto virtuoso, consapevole e indispensabile per il supporto alla nostra società. Valutarne il contributo e l’impatto è essenziale per apprezzarne l’effettiva rilevanza

Indice

Si dice che chi fa del bene debba farlo rigorosamente in silenzio. Forse è anche per questo che misurare il valore della filantropia in rapporto all’economia globale rappresenta un compito arduo, oltre che facilmente passibile di sottostime. Le ultime e recentissime analisi del report Global Giving: Generosity and the Economics of Philanthropy 2024 di Citi contribuiscono tuttavia a delineare un fenomeno la cui importanza percepita è in continua crescita a livello mondiale.

Secondo lo studio, il valore economico delle elargizioni individuali (misurate sia in denaro che in tempo donato) raggiunge gli 1,3mila miliardi di dollari annui, pari all’1% del Prodotto interno lordo globale. Complessivamente, si tratta di una cifra sei volte superiore all’assistenza ufficiale fornita dai paesi Ocse alle proprie comunità nel 2023. Numeri importanti, che crescono ulteriormente se si considera il più vasto impatto socioeconomico generato da ciascuna donazione, il cosiddetto effetto moltiplicatore: un’analisi sulle non profit del Regno Unito, ad esempio, ha rivelato un moltiplicatore medio di 7x, con le organizzazioni più efficienti che raggiungono un moltiplicatore di 16x, prosegue Citi.

Breve storia della filantropia: dall’antichità…

Se fosse poi vero che chi fa del bene lo fa perlopiù in silenzio, riuscire a comprendere lo stato dell’arte della filantropia a livello globale diventa ancora più complesso. Ciò che è certo, però, è che questa rappresenta un comportamento radicato da millenni nella società occidentale (e non solo, considerato che il paese più generoso al mondo è l’Indonesia, secondo gli ultimi ranking del CAF World Giving Index).

Già nell’antica Mesopotamia, la giustizia sociale era al centro delle leggi di re come Hammurabi, che proclamava valori come la protezione dei deboli e la distribuzione equa delle risorse. È tuttavia con la civiltà greca che il concetto di filantropia, derivante dall’unione delle due parole philos (amore) e anthropos (uomo), ha iniziato a farsi strada nella nostra memoria collettiva.

Nel dialogo Protagora, Platone racconta come Zeus avesse istruito Ermes nel distribuire giustizia e modestia fra tutti gli uomini e non solo a pochi, perché “è doveroso che chiunque partecipi appunto di questa capacità, oppure che non ci siano città”. Sebbene la parola filantropia non venga citata esplicitamente dal filosofo, altri testi ci raccontano come pratiche e concetti a supporto della collettività fossero all’ordine del giorno nell’antica Grecia, come le liturgie (le donazioni obbligatorie da parte dei cittadini più benestanti per il finanziamento di progetti pubblici), l’agape (l’amore altruistico) e la xenia (la sacralità dell’ospitalità offerta agli stranieri).


Un busto in marmo di un uomo barbuto con capelli ondulati, che guarda verso il basso con un'espressione seria. La scultura cattura i tratti del viso dettagliati, tra cui occhi infossati e sopracciglia aggrottate, ed è esposta su uno sfondo semplice.
Il Busto di Demostene oggi conservato al Louvre di Parigi; l’insigne oratore fu liturgista (responsabile di una liturgia) numerose volte

… ai nostri giorni

Ecco che, più o meno silenziosamente, la filantropia si è fatta strada fino ai nostri giorni. Dapprima intrecciata a doppio filo con il concetto di caritas cristiana e con quello di beneficienza religiosa, la generosità diviene fenomeno autonomo, sistematico e programmato nell’Ottocento, quando l’educazione e la sanità emergono come tematiche care alla più vasta classe borghese. Un esempio fra tutti è quello di Andrew Carnegie, che nel XIX secolo finanziò la costruzione di più di 2500 biblioteche in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, inclusa la rete di biblioteche pubbliche di New York, istituita grazie a un suo finanziamento di 5,2 milioni di dollari.

Non serve tuttavia volare oltreoceano: anche la Ca’ Granda, l’Ospedale Maggiore di Milano, fu oggetto di importanti progetti di modernizzazione e ampliamento tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento grazie al contributo di filantropi illuminati e delle loro famiglie.


L'immagine mostra la facciata anteriore di un edificio ospedaliero storico con un ingresso centrale, una pensilina in vetro e cartelli nelle vicinanze. L'edificio presenta pareti beige, ampie finestre e intricati dettagli architettonici. Sullo sfondo c'è un cielo azzurro terso.
Il Padiglione Ponti dell’Ospedale Policlinico di Milano dopo il restauro del 2012. Il Padiglione fu inaugurato nel 1900 grazie a una donazione dell’industriale Francesco Ponti

La filantropia in Italia: perché si dona? Una ricerca

In Italia, la filantropia ha attraversato un significativo processo evolutivo riflesso dei cambiamenti sociali, culturali e normativi affrontati dal paese. Protagonista di questa trasformazione è stato il progressivo associarsi di un carattere di responsabilità individuale e di dovere civico, più tipico della mentalità anglosassone, a una più tradizionale visione di filantropia legata alla comunità.

L’obiettivo? Far uscire la filantropia dallo stigma della riservatezza che l’ha da sempre contraddistinta, nella speranza di rendere il give back una pratica diffusa capillarmente e orgogliosamente lontana dal preconcetto per cui dietro a essa non si possano nascondere secondi fini (altrimenti, era meglio farla in silenzio). Di fatto, le motivazioni al dono sono eterogenee, come evidenzia la seconda edizione de L’esperienza filantropica dei wealthy people in Italia, redatta da Finer, e da ritrovare nel dovere morale (73% del campione), nella volontà di fare la differenza (64%), nel sentimento di utilità generato dal gesto (51%), nella speranza di farsi ricordare per sempre (34%), nell’aver fruito di una consulenza professionale (33%) e nell’ispirazione data da altri (23%).

L’esperienza del legislatore italiano: cos’è la filantropia?

Così come è mutata a livello concettuale, tuttavia, la filantropia è evoluta anche agli occhi del legislatore italiano, che l’ha resa oggetto di alcuni interventi normativi che hanno tentato di regolarne le modalità e la trasparenza e di promuoverne la rendicontabilità. Se nel Codice Civile del 1865 il Regno d’Italia aveva già stabilito le basi giuridiche per la costituzione di enti non profit, e con la legge n.383 del 1950 la neonata Repubblica Italiana aveva introdotto la registrazione degli enti, è con l’entrata in vigore del Codice Civile delle Fondazioni (legge n.80 del 2005) che lo Stato ha stabilito i criteri per la creazione e la gestione delle fondazioni, garantendo trasparenza e responsabilità e incentivando le donazioni tramite agevolazioni fiscali.

Fondamentale è stata poi l’introduzione del Codice del Terzo Settore (decreto legislativo n.117 del 2017), che ha riorganizzato e semplificato la normativa vigente riguardo gli enti non profit e le attività filantropiche. Un progetto culminato nella definizione del Registro degli Enti del Terzo Settore (RUNTS), il censimento delle associazioni, fondazioni, cooperative sociali e altri enti non profit presenti in Italia, consultabile pubblicamente online dal 13 dicembre 2023.

Un comportamento virtuoso cui dar voce

Così, dal silenzio la filantropia ha oggi affermato la propria voce come comportamento virtuoso, impegnato e necessario per sostenere la nostra società. Trasparenza e condivisione non solo ne amplificheranno l’impatto, ma ispireranno e coinvolgeranno un numero sempre maggiore di persone, rendendo il dono una pratica visibile e parte integrante del nostro dovere civico. Non vedrà tradita la sua essenza, ma valorizzata la portata. E la sua influenza positiva, garantita in futuro.





In copertina: la Rose Main Reading Room della Main Branch della New York Public Library a New York, credits Touhey Photography.

di Giulia Bacelle

Laureata in Economia e Gestione dei beni culturali e dello spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano. Per We Wealth scrive di finanza, arte e beni da collezione, e gestisce progetti ed eventi in questi settori

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