La Fed passa al contrattacco e raddoppia da subito il tapering

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La Fed ha rispettato le attese dando una decisa sterzata alla politica monetaria: a gennaio si prevede di ridurre gli acquisti a 60 miliardi

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A partire da gennaio la Fed prevede di ridurre a 60 miliardi di dollari il ritmo di acquisti netti di titoli

Con le decisioni di oggi il Quantitative easing andrebbe ad esaurirsi a marzo, aprendo la porta al primo rialzo dei tassi dal mese successivo. Secondo le proiezioni del Fomc, i rialzi nel 2022 sarebbero tre in tutto

La Federal Reserve ha deciso di dare seguito alle indicazioni delle scorse settimane e di reagire con forza all’ulteriore fiammata dell’inflazione statunitense. Lo farà accelerando il tapering, il ritmo di riduzione degli acquisti netti di titoli, dai -15 miliardi di novembre ai -30 miliardi di dollari di dicembre. E a partire da gennaio il Quantitative easing sarà ulteriormente ridotto a 60 miliardi di acquisti netti mensili, la metà rispetto ai 120 miliardi mantenuti per tutta la fase pandemica, fino al primo taglio dello scorso novembre. Le decisioni sono state approvate all’unanimità.

Proiettati tre rialzi dei tassi nel 2022

Inoltre, le proiezioni del Fomc indicano che nel 2022 i rialzi dei tagli previsti saranno tre, realizzando le attese degli analisti più convinti di una svolta “falco” per la Fed. Stando al “dot plot” che indica le posizione dei fondi individuali dei 18 membri del Comitato solo un’esigua minoranza vede meno di tre rialzi dei tassi nel 2022. Altri tre rialzi sono proiettati nel 2023.

Rispetto al precedente ritmo del tapering la fine del Qe passa dal prossimo giugno a marzo, anticipando decisamente la prima data utile per il primo rialzo dei tassi. Il rischio che l’inflazione si riveli persistente “non è alto, ma è aumentato”, ha dichiarato Powell, aggiungendo che le decisioni del meeting sono finalizzate anche a mettere nelle condizioni la Fed di poter mitigare questo rischio.

La svolta, ha chiarito il presidente della Fed, Jerome Powell, è stata motivata da un deciso rafforzamento del mercato del lavoro osservato in seguito alla precedente riunione, oltre che dall’elevata inflazione registrata a novembre (+6,8%). Il mercato del lavoro “è più surriscaldato ora che non nell’ultima espansione”, vissuta durante l’era-Trump. Parte del fenomeno si spiega con la reticenza, da parte di molte persone, di rimettersi alla ricerca di un lavoro finché il covid-19 è una fonte di preoccupazione.

La reazione di mercato

La Borsa americana ha accolto con favore la riduzione degli stimoli monetari, portando l’S&P 500 dal territorio negativo in cui si trovava prima della pubblicazione del comunicato a un +1,05% (a 4.682,52 punti introno alle 21:15).

Nel frattempo, l’euro è sceso a un minimo intraday sul dollaro a 1,12218, ma si è successivamente spostato in territorio positivo nei minuti successivi alla pubblicazione delle decisioni della Fed.

La decisione di oggi è stata preceduta dall’ennesima progressione negli aumenti dei prezzi, che a novembre hanno raggiunto un tasso annuo del 6,8%, il più elevato dal 1982. La portata dei rincari, estesa a tutte le principali categorie del paniere, ha confermato sempre di più che non tutta l’inflazione osservata negli Stati Uniti dipende dalle conseguenze della crisi energetica, dei semiconduttori o da altri fenomeni collegati in qualche modo alla pandemia.

Alla vigilia di questa attesa riunione gli analisti attendevano ampiamente un’accelerazione del ritmo del tapering, viste le dinamiche dei prezzi e del mercato del lavoro in atto. Per la Fed, dunque, chiudere prima il quantitative easing, avvicinerà l’appuntamento con il primo rialzo dei tassi dall’inizio della pandemia.

Le avvisaglie del cambiamento di passo nella gestione della politica monetaria statunitense si erano moltiplicate nelle ultime settimane. A fine novembre il presidente Powell aveva anticipato, nel corso di una testimonianza resa al Senato, che “dall’ultima riunione” erano state osservate “pressioni inflazionistiche fondamentalmente elevate dati sul mercato del lavoro molto forti senza alcun miglioramento nell’offerta di lavoro e forti dati sulla spesa”. Elementi che già in quell’occasione avevano spinto il presidente della Fed a chiarire meglio cosa si si intendeva per inflazione “transitoria” (ossia che non avrebbe lasciato “un segno permanente nella forma di un’inflazione più elevata”), aggiungendo che “probabilmente è un buon momento per mandare in pensione quella parola”.

In effetti, il comunicato della Fed adesso non utilizza più la parola “transitorio” per descrivere la dinamica dei prezzi osservata.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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