Le richieste di riscatto stanno superando i nuovi afflussi di capitale in vari fondi di private credit semi-liquidi indirizzati a un pubblico non istituzionale – investitori individuali verso cui l’industria finanziaria ha concentrato gran parte degli sforzi di marketing negli ultimi anni. È la prima grande prova di solidità che questa linea di fondi sta affrontando. Dopo le avvisaglie di Blue Owl e Blackstone, uno dei maggiori fondi di private credit semi-liquidi di BlackRock ha deciso di bloccare i rimborsi ai suoi sottoscrittori, avendo superato i limiti previsti per le fuoriuscite.
Si tratta del fondo HPS Corporate Lending Fund, da 26 miliardi di dollari, che nel primo trimestre ha lasciato insoddisfatto il 46% delle richieste di rimborso registrate nello stesso periodo. In totale erano arrivate richieste per 1,2 miliardi di dollari, pari al 9,3% del Nav, ben oltre il limite del 5%. La barriera contro cui possono andare a sbattere le richieste di rimborso fa parte dei rischi intrinseci dei fondi semi-liquidi, anche se finora i casi di blocco erano stati sempre isolati. Il meccanismo, ha spiegato HPS, è fondamentale per preservare le performance del fondo, che lo scorso anno ha reso il 9,1% al netto delle commissioni.
La scelta di BlackRock è andata in controtendenza rispetto a quanto deciso, in una situazione analoga, da Blackstone, che ha scelto di soddisfare tutte le richieste di rimborso nonostante il superamento dei livelli di “guardia”. Nel primo trimestre il fondo di private credit di Blackstone (Bcred), con 82 miliardi di masse, ha registrato deflussi netti per 1,7 miliardi di dollari, superando la soglia che consentirebbe alla società di bloccare il flusso dei rimborsi (le richieste hanno toccato il 7,9% degli attivi, a fronte di un limite del 7%). Tuttavia, la società ha dato seguito a tutte le richieste investendo 400 milioni di dollari di proprie risorse e dei propri dipendenti per facilitare l’erogazione dei riscatti: una mossa che intende testimoniare fiducia nella qualità dei prestiti sottostanti.
I primi segnali di stress nel mercato del credito privato
I primi scricchiolii sono iniziati lo scorso settembre con lo stress finanziario del produttore di componenti auto First Brands, passato alle cronache come il primo “scarafaggio” finito in liquidazione, per usare l’espressione del ceo di JPMorgan Jamie Dimon – e “quando ne vedi uno probabilmente ce ne sono altri”, aveva dichiarato. Il timore è che società potenzialmente vulnerabili possano trovarsi anche nei portafogli dei fondi di private credit – e gli investitori non intendono aspettare di scoprirlo.
A questo timore si è aggiunto il rischio che l’intelligenza artificiale possa colpire alcune società software, che rappresentano una delle principali scommesse in portafoglio per molti gestori di mercati privati.
Il problema dei rimborsi, per i fondi semi-liquidi, è che non sono pensati per contenere fenomeni di vendita dettati dal panico. Lasciare “chiusi dentro” investitori individuali in prodotti che potrebbero rivelarsi poco performanti può rappresentare un colpo reputazionale.
La crescita del retail può comprimere i rendimenti del private credit
Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali, le masse ascrivibili al canale retail rappresentano ormai il 13% degli asset del private credit – circa 280 miliardi di dollari – contro l’1% di dieci anni fa. Nel 2025 il 25% della raccolta del private credit è stato rappresentato proprio dagli investitori individuali. Questo ha contribuito a far crescere la stazza dell’asset class, ma anche a esporre i fondi a periodiche crisi di fiducia: quanto emerso nelle scorse settimane con Blue Owl, con la progressiva liquidazione degli asset di un suo fondo di private credit, potrebbe diventare un paradigma.
Secondo Morningstar DBRS, tuttavia, è ancora presto per suonare la campana a morto. Anzi, la capacità di raccogliere nuove risorse finanziarie dal segmento retail potrebbe non venir meno neppure in futuro. “Tali preoccupazioni sono in gran parte mitigate se si considerano la dimensione, la diversificazione e il solido track record delle piattaforme di investimento più ampie. Nel complesso riteniamo che i gestori dispongano di fonti di liquidità sufficienti per gestire sia il rischio mediatico sia quello reputazionale”, ha affermato l’agenzia di rating. “È inoltre significativo che questi gestori abbiano registrato raccolte record nei canali wealth nel 2025 e continuino a gestire consistenti capitali istituzionali, che in genere presentano flussi molto meno volatili”.
Il vero problema, per Morningstar DBRS, è che i rendimenti attesi dal private credit potrebbero cadere vittime del loro stesso successo in termini di raccolta. “Storicamente il private credit ha attratto gli investitori grazie ai benefici di diversificazione, alla bassa correlazione con i mercati pubblici e a rendimenti corretti per il rischio interessanti”. Tuttavia, “l’ampliamento della base di investitori — soprattutto verso il segmento retail — potrebbe mettere alla prova nel tempo la sostenibilità di questi premi di rendimento. Afflussi continui di capitale richiederanno anche un volume sufficiente di operazioni, aumentando il rischio di deterioramento della qualità degli asset e di rendimenti corretti per il rischio più deboli”, ha affermato l’agenzia.
Il private credit potrebbe dunque non avere bisogno di clamorosi fallimenti per diventare meno attraente rispetto al passato.

