Crisi Evergrande, a rischio 2,2 miliardi di export italiano

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Secondo un focus di Sace l’edilizia traina il 17% delle esportazioni tricolore in Cina; per questo il caso Evergrande ci riguarda da vicino

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Mentre il colosso immobiliare cinese resta appeso alle decisioni di Pechino, che potrebbe intervenire a parziale sostegno di una società di riferimento del settore, Sace ha fornito alcuni dati su quanto pesi l’edilizia cinese sull’export italiano

Le società italiane che esportano macchinari per la costruzione residenziale sono le più esposte a un possibile rallentamento del settore – che in Cina rappresenta il 29% del Pil (2017)

Nonostante le rassicurazioni di Pechino, la situazione del colosso immobiliare Evergrande “non è veramente cambiata” e “il default è quasi una certezza”, ha dichiarato il direttore di S&P Global Ratings, Matthew Chow, in una recente intervista al New York Times. Per quanto il fallimento di Evergrande non costituisca un fenomeno dalle conseguenze finanziarie globali, l’impatto economico sulla Cina e dunque sulla crescita resta una ragione di preoccupazione. Lo è anche, per lo meno in parte, anche per le aziende esportatrici italiane. A segnalarlo è un nuovo “Focus on” di Sace, la società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti specializzata in assicurazione del credito.

“Ci sono buone probabilità che lo shock causato dalla crisi di Evergrande possa colpire, in maniera indiretta e con intensità variabile, quei settori che supportano l’attività di sviluppo immobiliare attraverso la fornitura di materiali da costruzione, macchinari e prodotti chimici specifici, mobili e arredi”, ha avvertito il country risk analys di Sace, Claudio Cesaroni. “Analizzando la composizione dell’export italiano in Cina, le categorie di beni che potrebbero subire una contrazione della domanda riconducibile al rallentamento dell’attività del settore immobiliare rappresentano il 17% delle vendite totali nel Paese nel 2019”. Tale percentuale corrisponde, in assoluto, a 2,2 miliardi di euro, pari allo 0,5% delle esportazioni italiane nel mondo.

Questa stima preliminare rappresenta il rischio potenziale per le imprese italiane anche se solo una parte di questi 2,2 miliardi sarà effettivamente “aggredito” dalla crisi di Evergrande.

Le ultime da Evergrande

L’argomento rimane di stretta attualità nelle ore in cui scriviamo. Mercoledì 10 novembre la società cinese dovrà saldare un debito scaduto il mese precedente per 148 milioni di dollari. Poche ore prima Evergrande è riuscita raccogliere 144 milioni tramite la vendita di parte delle quote detenute nella internet company HengTen Networks Group.

Di fronte alle difficoltà di Evergrande, sui cui pendono circa 300 miliardi di debiti (di cui 19 miliardi offshore) il governo cinese probabilmente opterà per una via di mezzo fra il salvataggio vero e proprio e la linea dura. “Una ristrutturazione parziale e ordinata a guida statale sembra, al momento, la strada che le autorità cinesi seguiranno con maggiore probabilità, cercando di offrire massima tutela ai fornitori, agli investitori retail e soprattutto a coloro che hanno versato importanti anticipi per l’acquisto di case di nuova costruzione, senza averle ancora ricevute in consegna”, ha affermato il focus di Sace, “l’esperienza accumulata dalla Cina in questi anni nella gestione di default e ristrutturazioni di importanti controparti bancarie e immobiliari lascia ben sperare che la crisi di Evergrande possa risolversi senza provocare ferite all’economia del Paese”.

Evergrande: le esportazioni italiane a rischio, nel dettaglio

Dei 2,2 miliardi di euro che Sace ritiene sotto la minaccia di un tracollo dell’immobiliare cinese, la società offre uno sguardo piuttosto dettagliato. Di questa cifra “il 21% è costituito da macchinari per l’edilizia, principalmente macchine movimento terra e per la lavorazione di materiali come ceramica, pietra, calcestruzzo, gomma e plastica; poco meno del 20% sia dai metalli sia dai macchinari per la lavorazione degli stessi, essendo il settore delle costruzioni il principale driver della domanda cinese di acciaio, con un forte ruolo anche in quella di rame e alluminio; ben il 24% è rappresentato da prodotti del settore mobili e arredo”. Inoltre, risultano esposti anche i “settori di gomma e plastica (2%), chimica (6%, principalmente vernici e prodotti per il trattamento dei metalli), mentre l’industria estrattiva (9%) potrebbe essere colpita da una riduzione dell’export di marmo e travertino”.

Sace offre anche alcune buone ragioni per moderare gli allarmi. “La maggior parte dei beni identificati all’interno di ogni gruppo presenta, infatti, molteplici destinazioni d’uso che non si limitano alla sola edilizia residenziale”; di conseguenza, anche se si fermasse quest’ultimo settore, altri comparti come la costruzione di infrastrutture continuerebbero ad alimentare la domanda di prodotti italiani. “Anche il comparto mobili e arredi italiano potrà continuare a trovare ampio sbocco in Cina”, anche rallentasse la costruzione di edifici: la sua “qualità superiore” si rivolge a edifici di diverso livello, rispetto alle “realizzazioni del property developer medio cinese”.

Infine, “la composizione delle esportazioni italiane nel Paese, caratterizzata prevalentemente da prodotti della manifattura, offrirà alle stesse maggior riparo dallo shock che sta colpendo il property sector cinese”, ha concluso Sace, “a differenza dei Paesi esportatori di commodity che subiranno maggiormente le conseguenze della minor domanda di materie prime e materiali ampiamente utilizzati dal settore delle costruzioni”.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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