Cop28, addio ai combustibili fossili. Quanti ne hai in portafoglio?

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Raggiunto un “accordo storico” alla Cop28 di Dubai. Le parti si impegnano ad abbandonare i combustibili fossili entro il 2050. Intanto, gli investitori attenti al clima potrebbero avere ancora aziende con un’elevata intensità di carbonio in portafoglio. Un’analisi di Morningstar spiega perché

Indice

Per la prima volta in assoluto nella storia delle Cop, i paesi sottoscrittori si impegnano ad allontanare i loro sistemi energetici da tutti i combustibili fossili entro il 2050

Al Jaber: “Le future generazioni vi ringrazieranno, non conosceranno ciascuno di voi ma saranno grati per la vostra decisione”

Solo il 25% dei fondi sui green bond e il 58% di quelli clean energy/tech presentano un’esposizione alle fonti fossili inferiore all’indice azionario globale

Dopo l’ennesima maratona notturna di trattative, l’emiratino Al Jaber chiude la Cop28 celebrando un “accordo storico”. Per la prima volta in assoluto nella storia delle conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, i paesi sottoscrittori si impegnano ad allontanare i loro sistemi energetici da tutti i combustibili fossili – petrolio, gas e carbone – entro il 2050, in modo “giusto, ordinato ed equo”. Nel testo finale scompare la dicitura “phase-out” che indicava l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e che oltre 100 paesi avevano invocato, a favore di una formula più blanda (“transitioning away”). L’annuncio è stato accolto con un’ovazione nella sala, sebbene non manchino alcuni dubbi. Il negoziatore delle isole Samoa ha definito l’intesa poco incisiva, lamentando che l’approvazione sia avvenuta in loro assenza. Non sono state tuttavia presentate obiezioni formali da parte dell’Alleanza dei piccoli stati insulari.

Cop28, il testo dell’accordo storico

“È la prima volta che i combustibili fossili entrano nell’accordo finale”, dichiara il sultano degli Emirati Arabi Uniti e presidente della Cop28, Ahmed Al Jaber. “Le future generazioni vi ringrazieranno, non conosceranno ciascuno di voi ma saranno grati per la vostra decisione”, ha aggiunto, ringraziando tutti i delegati “per il lavoro, la collaborazione e gli sforzi” per “raggiungere questo risultato”. Il testo riconosce la necessità di riduzioni profonde, rapide e durature delle emissioni di gas serra se si intende limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C. Tra le misure indicate si richiede di triplicare la capacità di energia rinnovabile a livello globale e raddoppiare la media globale del tasso annuo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030; accelerare gli sforzi verso la riduzione graduale dell’energia prodotta dal carbone non abbattuto, ovvero senza tecnologia di cattura e stoccaggio; e accelerare gli sforzi a livello globale verso sistemi energetici a zero emissioni nette, utilizzando combustibili a zero e a basso contenuto di carbonio. Inoltre, si invita ad “accelerare le tecnologie a zero e basse emissioni” tra cui rinnovabili e nucleare, ridurre le emissioni di metano e di quelle derivanti dal trasporto stradale e infine eliminare “nel più breve tempo possibile” sussidi inefficienti ai combustibili fossili che non affrontino la povertà energetica o la transizione giusta.

I fondi climatici inquinano ancora

Intanto, le fonti fossili potrebbero essere ancora presenti anche nei portafogli degli investitori più sostenibili. Secondo uno studio condotto recentemente da Morningstar, diversamente da quanto si possa credere, i fondi con mandati climatici continuano a inquinare. Su 1.156 strategie analizzate, il 63% ha un’intensità di carbonio inferiore a un paniere tradizionale di titoli globali misurato dal Morningstar global target market exposure index; ma resta indietro ancora una grossa fetta di prodotti. Il 57% dei fondi “climate solutions” (che investono in società che contribuiscono alla transizione low carbon con i loro prodotti e servizi) e il 47% dei fondi “clean energy/tech” (specializzati nelle energie rinnovabili) hanno un’intensità di carbonio superiore al benchmark.

 

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“Ciò riflette il fatto che, accanto a pure-player nel settore delle energie rinnovabili come i produttori di sistemi solari fotovoltaici SolarEdge Tech ed Enphase Energy, che ottengono un punteggio basso in termini di intensità di carbonio, molti portafogli climate solutions e clean energy/tech investono in imprese più diversificate che gestiscono attività ad alta intensità di carbonio”, spiega Hortense Bioy, direttore globale della ricerca sulla sostenibilità di Morningstar. “Queste società, attualmente ad alte emissioni, saranno i motori principali della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio”. Un esempio è Ørsted, una delle più grandi aziende di energie rinnovabili al mondo; la sua impronta di carbonio, rivela Morningstar, è migliorata “significativamente” negli ultimi anni dopo aver disinvestito dal settore del petrolio e del gas, ridotto la sua dipendenza dal carbone e investito in modo importante nell’energia eolica.

Un’altra strada per analizzare quanto inquinano i fondi climatici è verificarne l’esposizione ai combustibili fossili. A tal fine, Morningstar utilizza la metrica Fossil fuel percentage of covered portfolio involved, che definisce la percentuale di portafoglio esposta a società i cui ricavi dipendono dalle fonti fossili. Quello che emerge è che la stragrande maggioranza dei fondi low carbon (85%), climate transition (86%) e climate solutions (75%) presenta un’esposizione alle fonti fossili inferiore all’indice azionario globale. Ciononostante, solo il 25% dei fondi sui green bond e il 58% di quelli clean energy/tech soddisfano questo criterio. La ragione sta nella presenza di utility in portafoglio, che hanno realizzato grandi investimenti in energia rinnovabile ma continuano a dipendere pesantemente dai combustibili fossili.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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