Lo spettro dell’inflazione torna ad aggirarsi sull’Eurozona. Ad agitarlo di nuovo, a quattro anni dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, è un nuovo shock provocato dal conflitto in Iran, la cui durata resta incerta ma già sufficiente a peggiorare le prospettive sul futuro andamento dei prezzi. Le stime sono state riviste più volte, sempre al rialzo. Lo staff della Bce, aggiornando il quadro all’11 marzo, prevede un’inflazione al 2,6% per quest’anno, in aumento rispetto al 2,1% del 2025. Più severe le valutazioni di Oxford Economics, che stimano un’inflazione media al 2,9% nel 2026, trainata dall’energia e con effetti di trasmissione che potrebbero trasmettersi su alimentari e inflazione core.
In questo scenario, secondo la società di consulenza, “la Banca Centrale Europea alzerà i tassi a giugno e luglio per mantenere sotto controllo le aspettative di inflazione e segnalare la volontà di non ripetere gli errori della crisi energetica del 2021-2022”. Una prospettiva che pesa sia su chi ha debiti a tasso variabile, sia sui consumatori, già alle prese con un potere d’acquisto sotto pressione e non pienamente recuperato dopo la crisi ucraina.
I primi segnali di deterioramento arrivano dal mercato monetario. L’Euribor a 3 mesi, uno dei riferimenti per i mutui variabili, è salito di circa un decimale da inizio marzo al 23, portandosi al 2,129%. Un movimento ancora contenuto, ma da leggere insieme all’Euribor a 12 mesi, che riflette le attese sul costo del denaro più a lungo termine: 2,740%, oltre mezzo punto in più rispetto a inizio marzo. In altre parole, i mercati stanno già incorporando non solo l’aumento dell’inflazione ma anche il fatto che la Bce reagirà alzando i tassi.
Per chi ha accumulato liquidità o risparmi, e può quindi avere un margine di manovra, il tema torna centrale: come difendersi dal rischio inflazione senza rivivere uno scenario simile al 2022? L’esperienza recente offre alcune indicazioni. Nel biennio 2022-2023, l’erosione del potere d’acquisto ha colpito meno chi aveva in portafoglio bond indicizzati all’inflazione e oro, tra le poche asset class capaci di reggere il ribasso simultaneo di azioni e obbligazioni tradizionali.
Prima di replicare quelle scelte, però, è necessario valutare quanto l’attuale fase sia davvero comparabile. “Lo strumento che abbiamo preferito per approcciare questa fase sono i titoli indicizzati all’inflazione, in particolare i Btp Italia a breve scadenza”, spiega Rocco Probo. Sul mercato secondario sono disponibili emissioni con scadenze che vanno da pochi mesi fino al 2032.
La preferenza per le scadenze brevi deriva dalla struttura del rendimento: in questi strumenti, la componente legata all’inflazione incide in modo predominante, mentre quella fissa resta marginale. In altre parole, il rendimento dipende in larga parte dall’andamento dei prezzi, cui si aggiunge una quota minima garantita anche in caso di inflazione nulla. Inoltre, l’indicizzazione semestrale rende i Btp Italia più gestibili anche per l’investitore retail.
Resta però il rischio tassi: come tutte le obbligazioni, anche gli inflation linked soffrono quando i rendimenti salgono, con un impatto più marcato sulle scadenze lunghe. E la domanda crescente di coperture ha già spinto i prezzi verso l’alto. Per questo, oggi l’acquisto di questi strumenti va letto più come protezione in caso di un ulteriore deterioramento delle previsioni sull’inflazione che come scommessa di rendimento. Il punto di pareggio — cioè il livello di inflazione che rende un Btp Italia equivalente a un Btp tradizionale — si colloca intorno al 2,5% medio annuo.
Il ritorno dell’inflazione, comunque, non implica necessariamente un cambio radicale di strategia, osservano gli analisti di Banca Finint. Piuttosto, richiede una maggiore qualità dell’asset allocation e più attenzione ai rischi macroeconomici. Le fiammate inflazionistiche, ricordano, spesso nascono dall’interazione tra tensioni geopolitiche ed economie fragili: la crisi petrolifera del 1973 ne è un esempio. Il contesto oggi è diverso, ma il ruolo dell’energia resta centrale.
Una prima linea di difesa è la gestione della liquidità. Il nuovo regime dei tassi ha restituito attrattività agli strumenti monetari e a breve termine, che consentono di mantenere flessibilità senza rinunciare alla remunerazione. Un secondo pilastro è la componente obbligazionaria: in presenza di sorprese inflazionistiche, strumenti a tasso variabile — come i CCTeu — o indicizzati all’inflazione — come Btp Italia e Btp€i — possono ridurre la vulnerabilità ai movimenti dei rendimenti reali.
I CCTeu, in particolare, possono diventare interessanti se lo scenario dovesse evolvere verso un’inflazione più persistente. Essendo legati all’Euribor a 6 mesi più uno spread fisso, beneficiano di tassi in salita. Tuttavia, il loro vantaggio emerge soprattutto se la Bce sarà costretta a mantenere una politica restrittiva più a lungo: oggi, non è lo scenario base. “Oggi siamo di fronte a uno shock petrolifero, non a un’inflazione da surriscaldamento economico”, quella che giustifica tassi alti a lungo, osserva Probo, sottolineando la differenza rispetto al 2022, quando le pressioni sui prezzi erano già diffuse prima della guerra in Ucraina.
Accanto a liquidità e obbligazioni “adattive”, una quota selettiva di materie prime può completare la difesa, aggiungono gli esperti di Finint. In particolare, l’oro continua a essere considerato una forma di assicurazione implicita contro shock macroeconomici e tensioni geopolitiche, anche dall’inizio del conflitto ha perso quota.
Nel complesso, non esiste una copertura perfetta. Ma la combinazione di liquidità efficiente, strumenti obbligazionari flessibili e una moderata esposizione a real asset può rafforzare la resilienza dei portafogli in una fase in cui l’inflazione è tornata a essere una variabile da non sottovalutare.
Articolo tratto dal numero di aprile 2025 di We Wealth

