Cloud e data center a impatto zero: la nuova sfida del 2030

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25 società e 17 associazioni hanno siglato il Patto per la neutralità climatica dei data center, un’iniziativa di autoregolamentazione realizzata in collaborazione con la Commissione europea. Intanto, l’Italia si posiziona al quarto posto nel continente per l’utilizzo del cloud computing

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L‘iniziativa fissa obiettivi ambiziosi per il 2025 e il 2030 in diverse aree, dall’acquisto di energia al 100% priva di carbonio, alla conservazione dell’acqua, dal riutilizzo dei server all’identificazione di strategie per il riciclaggio del calore

Frans Timmermans, vicepresidente per il Green deal europeo: “Un impegno per la collettività da parte di importanti protagonisti dell’industria dei dati e un gradito primo passo nel realizzare i nostri obiettivi comuni per un futuro ecosostenibile”

Secondo un’indagine di Eurostat, nel 2020 il 98% delle imprese dell’Unione con 10 o più dipendenti aveva accesso a internet, ma solo il 36% usufruiva del cloud computing (sebbene tale quota risulti quasi raddoppiata rispetto al 2016)

A poco più di un anno dall’adozione del Green deal europeo, i principali esponenti dell’industria del cloud e gli operatori di data center scendono in campo per il pianeta. 25 società e 17 associazioni hanno siglato il Patto per la neutralità climatica dei data center, un’iniziativa di autoregolamentazione creata in collaborazione con la Commissione europea e volta a rendere tali infrastrutture a impatto zero dal punto di vista climatico entro il 2030.
“I cittadini utilizzano sempre di più queste tecnologie nella vita quotidiana e richiedono anche che siano di aiuto nell’assicurare un futuro sostenibile sia per gli esseri umani che per il pianeta”, ha commentato Frans Timmermans, vicepresidente per il Green deal europeo, sottolineando come tale patto rappresenti “un impegno per la collettività da parte di importanti protagonisti dell’industria dei dati”, offrendo un “gradito primo passo nel realizzare i nostri obiettivi comuni per un futuro intelligente ed ecosostenibile”. Sulla stessa linea d’onda anche Alban Schmutz, presidente di Cloud infrastructure services providers in Europe, secondo il quale “considerando che l’infrastruttura cloud rappresenti la spina dorsale dell’economia digitale dell’Unione europea”, l’industria nel suo complesso dovrebbe svolgere un “ruolo centrale nell’affrontare il cambiamento climatico”.

“I data center sono pilastri portanti della quarta rivoluzione industriale e, come visto durante la pandemia, sono infrastrutture essenziali non solo per l’economia digitale ma per l’intera economia globale. È nostro dovere impegnarci in un’iniziativa di autoregolamentazione che contribuirà a garantire la disponibilità operativa, la sostenibilità e il futuro della nostra industria”, conclude Apostolos Kakkos, presidente della European data centre association. L’iniziativa, spiega Aruba (una delle società firmatarie dell’accordo) in una nota ufficiale, fissa obiettivi ambiziosi per il 2025 e il 2030 in cinque aree fondamentali: dimostrare l’efficienza energetica con obiettivi misurabili, acquistare energia al 100% priva di carbonio, dare priorità alla conservazione dell’acqua, riutilizzare e riparare i server, e identificare strategie per il riciclaggio del calore. E i progressi, sottolinea la società, “saranno monitorati dalla Commissione europea due volte l’anno”.

Italia quarta in Europa per utilizzo del cloud

Ma a che punto è l’Europa sul fronte del cloud computing? Secondo un’indagine di Eurostat, il 98% delle imprese dell’Unione con 10 o più dipendenti ha accesso a internet, ma solo il 36% sfrutta la “nuvola” (sebbene tale quota risulti quasi raddoppiata rispetto al 2016, quando si parlava del 19%). Nel dettaglio, il 76% delle aziende dichiara di utilizzare tale tipologia di architettura per i servizi di posta elettronica, il 67% per archiviare file, il 58% per l’utilizzo dei software aziendali e il 47% per ospitare i propri database. Ma c’è anche chi ne usufruisce per accedere ad applicazioni software più avanzate per gli utenti finali, come la gestione finanziaria o contabile (45%) e la gestione delle relazioni con i clienti (27%).

Non sorprende, scrivono i ricercatori, che la percentuale più elevata di imprese che utilizzano servizi di cloud computing appartenga al settore dell’informazione e della comunicazione (71%), mentre per gli altri comparti si parla di una forbice compresa tra il 27 e il 43%. Inoltre, rispetto al 2018, l’incremento dell’utilizzo ha riguardato principalmente il settore manifatturiero (+19%) e l’immobiliare (+14%). Sul versante dimensionale, invece, il 65% sono grandi imprese, in crescita di 12 punti percentuali rispetto al 2018, mentre meno del 50% sono piccole e medie imprese (seppur sempre in crescita di 12 punti percentuali).

In questo contesto, la Finlandia si posiziona al primo posto con il 75% delle imprese che fanno ricorso al cloud, seguita da Svezia (70%) e Danimarca (67%). All’estremità opposta, con meno di un’azienda su cinque, si collocano la Bulgaria (11%), la Romania (16%) e la Grecia (17%). Nel mezzo l’Italia che, con una percentuale pari al 59%, risulta quarta in classifica. Nel dettaglio, il 96% delle imprese tricolori usufruisce del cloud per i servizi di posta elettronica, il 63% per l’utilizzo dei software aziendali e il 55% per l’archiviazione dei file.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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