Nel terzo trimestre, è ormai noto da qualche giorno, Warren Buffett ha inserito nel portafoglio della sua Berkshire Hathaway solo una nuova partecipazione: quella di Alphabet. E non una quota di poco conto: a fine trimestre valeva circa 4,4 miliardi di dollari, pari all’1,62% del portafoglio complessivo della conglomerata.
È una mossa un po’ anomala per Buffett. Allergico da sempre alle mode, l’Oracolo di Omaha ha sempre guardato da lontano il comparto tecnologico, anche nelle fasi in cui sembrava la principale forza motrice di Wall Street. Apple, la prima partecipazione del portafoglio, nella visione di Buffett più che una tech company è un produttore di beni di consumo molto popolari – e i bilanci indicano ancora una chiara preponderanza delle vendite dei dispositivi. La stessa Apple è stata, ancora una volta, una delle partecipazioni più alleggerite nel portafoglio di Berkshire, con un taglio vicino al 15%.
Cosa può aver attirato Berkshire Hathaway su Google, se l’intenzione era entrare nella scommessa AI? E perché continuare a vendere Apple? Innanzitutto, va notato come nel gruppo delle Magnifiche Sette sia stata finora proprio Alphabet l’azione più performante da inizio anno, con un rialzo del 55,8% al 19 novembre, mentre Nvidia segue al secondo posto (+33,8%) e Microsoft al terzo (+15,54%). Apple, da parte sua, ha guadagnato il 10,6% – meno dell’S&P 500 (+12,7%).
“Buffett sta riducendo in generale l’esposizione azionaria” ha dichiarato a We Wealth il senior market strategist di IG Italia, Filippo Diodovich, “e sta accumulando molta liquidità: è una strategia di de-risking e di preparazione all’inevitabile successione, che avverrà a partire dal prossimo anno in favore di Greg Abel. Perché Alphabet adesso? Crediamo che Warren Buffett abbia deciso di aumentare l’esposizione nei confronti di Alphabet principalmente per tre ragioni: un ruolo chiave in tutti i segmenti rilevanti attuali (AI, cloud, pubblicità digitale, social media YouTube); una valutazione meno tirata rispetto ad altri vincitori dell’AI (come Nvidia e Microsoft); una macchina di cassa impressionante, con molta diversificazione. È il tipo di business che a Buffett piace: flussi di cassa stabili, prezzo ragionevole, nessuna espansione forzata dagli hype del mercato”.
Prima della pubblicazione della partecipazione di Berkshire, che ha contribuito a dare slancio al titolo, Alphabet aveva un rapporto prezzi/utili forward a 23 – praticamente in linea con quello dell’S&P 500 e il più basso fra tutte le Magnifiche Sette. Tesla risulta la più costosa, con un rapporto oggi a 178. Anche nel contesto di un mercato caro, quello americano, Buffett ha quindi selezionato la Big Tech dal prezzo meno tirato.
Tuttavia, in questa scelta Buffett sembra aver rotto altre regole del suo pensiero. “Secondo le stime di BofA, nel 2026 gli investimenti in capitale di Alphabet supereranno il 100% dei flussi di cassa operativi una volta sottratti dividendi e buyback, in linea con quanto si osserva per Meta e Oracle. In altre parole, il gruppo investirà più di quanto genererà in cassa disponibile, entrando a pieno titolo nella nuova stagione di spese da AI” ha dichiarato a We Wealth il market analyst di eToro, Gabriel Debach. “Ed è proprio qui che si apre un punto interessante: questa dinamica va quasi contro una delle leggi implicite del pensiero di Buffett, che ha sempre privilegiato aziende capaci di generare più liquidità di quanta ne consumino, con ritorni sul capitale elevati e sostenibili. Su questo piano, realtà come Amazon (di cui Berkshire detiene una piccola quota), Microsoft o Nvidia risulterebbero più in linea con la sua filosofia”.
Ma è forse nel business del cloud che potrebbe essere stata individuata la maggiore occasione. “Oggi il cloud pesa per il 12,6% del fatturato complessivo di Alphabet, rispetto al 5,7% di dicembre 2019, e il margine operativo del settore – diventato positivo da marzo 2023 – continua a crescere a ritmi notevoli (+84%). Il fatturato cloud di Google, pari a circa 53 miliardi negli ultimi 12 mesi, resta inferiore a quello di Microsoft (179 miliardi) e Amazon (122 miliardi), ma è il più dinamico in termini di crescita: +31%, contro il +23% di Microsoft e il +18% di Amazon” afferma Debach. “Il cloud è uno dei pochi segmenti dove Alphabet può ancora colmare il divario con i principali concorrenti, sfruttando la convergenza con l’intelligenza artificiale e il vantaggio di un ecosistema integrato. Ed è un oligopolio: un contesto perfetto per gli economic moat che Buffett ricerca, fatto di concorrenza limitata, contratti pluriennali e costi di switching elevati”.
Secondo Debach, anche la strategia hardware rientra in una logica che potrebbe aver convinto Berkshire. “Con Ironwood, Google sta entrando nel territorio dei semiconduttori avanzati con un approccio più integrato rispetto ai concorrenti. La settima generazione delle TPU non è solo più veloce: è un tassello di una strategia di verticalizzazione che punta a ridurre la dipendenza da terzi e a massimizzare le sinergie tra AI, cloud e infrastruttura proprietaria”.
Un elemento non secondario per un investitore come Buffett, da sempre attento ai moat: “L’hardware proprietario rafforza la capacità di Alphabet di controllare i costi, aumentare l’efficienza dei modelli e trattenere i clienti cloud. In un’industria dove lo switching è costoso e complesso, ogni punto di quota di mercato tende a diventare duraturo”.
Allo stesso tempo, le scommesse più speculative del gruppo restano preziose opzioni sul futuro. “Il quantum computing e la guida autonoma non sono driver dei flussi di cassa di oggi, ma rappresentano potenziali catalizzatori di crescita domani. La differenza rispetto ad altre big tech è che Alphabet può permettersi questi investimenti grazie alla forza del core business. Per un investitore value, questo riduce il rischio di eccessiva volatilità e rende più accettabile pagare un prezzo ragionevole per ottenere anche esposizione all’innovazione più radicale”.
Interpretata così, l’operazione Alphabet diventa meno un tradimento dei principi di Buffett e più un adattamento alla nuova era tecnologica. Un modo per mantenere saldo il legame con i fondamentali – valutazioni non estreme, flussi di cassa robusti, vantaggi competitivi strutturali – ottenendo allo stesso tempo un’esposizione calibrata alle trasformazioni che ridisegneranno il mercato nei prossimi dieci anni. In vista della transizione verso Greg Abel, la scelta suggerisce una Berkshire più aperta a tech “comprensibili”, senza scivolare nella speculazione.

