I mercati hanno iniziato a perdere fiducia in una serie numerosa di tagli dei tassi da parte delle banche centrali nel 2026, a poche ore dalla decisione della Federal Reserve di dicembre – che si preannuncia come un taglio-falco. I rendimenti delle obbligazioni globali a lungo termine, monitorati dall’indice Bloomberg, hanno raggiunto i livelli più elevati dal 2009. E mentre dalla Banca centrale europea ormai non viene più prezzato alcun taglio nel 2026, in Giappone non si può escludere un rialzo già questo dicembre. A ridosso della riunione del Fomc, le aspettative degli investitori indicano altri due tagli nel 2026: il primo prezzato a giugno e l’altro a dicembre. Su queste aspettative regna l’incertezza su chi prenderà il posto di Jerome Powell la prossima primavera. Per il momento la decisione non è ancora definitiva nella mente di Donald Trump: svolgerà nuovi colloqui per la posizione la prossima settimana con l’ex governatore Fed Kevin Warsh, da un lato, e successivamente anche con il più papabile fra i nomi finora circolati, quello di Kevin Hassett, direttore del National Economic Council. “Guarderemo a un paio di persone, ma ho un’idea piuttosto chiara di chi voglio”, ha dichiarato Trump.
Economia più forte del previsto, tassi meno giù
L’altra incognita è collegata all’andamento dell’economia. Da entrambe le sponde dell’Oceano arrivano indicazioni positive – e quando l’economia va bene, le banche centrali hanno meno ragioni per tagliare i tassi e i mercati continuano a domandare rendimenti maggiori sui bond. “L’economia è andata meglio di quanto pensassimo”, ha dichiarato il Segretario del Tesoro USA Scott Bessent in un’intervista alla CBS. “Abbiamo avuto una crescita del Pil intorno al 4% per un paio di trimestri. Nonostante lo shutdown voluto da Schumer, chiuderemo l’anno con una crescita del Pil reale del 3%”. Risponde dall’Eurotower di Francoforte la membro del Comitato Esecutivo BCE Isabel Schnabel (in lizza per succedere a Lagarde come presidente): “L’economia dell’area euro è stata molto più resiliente di quanto ci si sarebbe potuto aspettare di fronte alla maggiore perturbazione dell’ordine commerciale internazionale dalla Seconda guerra mondiale. Nel corso di quest’anno abbiamo rivisto al rialzo le nostre proiezioni di crescita per il 2025 e i dati in arrivo suggeriscono un’ulteriore espansione nel quarto trimestre”.
Rendimenti in rialzo, investitori più divisi
Nel frattempo, anche il sentiment degli investitori obbligazionari a livello globale aumenta le sue attese sull’economia, portando lo scenario idilliaco del “no landing” al 32% delle opinioni sondate da Bank of America nel suo ultimo Credit Survey – il livello più alto dall’aprile 2024. Un altro 44% ritiene che l’economia rallenterà in modo limitato (“atterraggio morbido”). Prese assieme, queste aspettative di rafforzamento dell’economia hanno contribuito ad aumentare i rendimenti su alcuni dei titoli di Stato più rilevanti per gli investitori. Il Buono del Tesoro USA decennale ha visto un forte calo dei rendimenti sulle scadenze medie e brevi negli ultimi 12 mesi, ma a partire dai titoli a 10 anni la curva si è irripidita: un T-bond a 30 anni oggi rende il 4,8%, contro il 4,4% annuo di un anno fa. In Germania il rialzo dei rendimenti è stato ancora più marcato in seguito al cambio di passo nella politica fiscale, tra cui il piano per le infrastrutture e il clima da 500 miliardi di euro o il budget da 100 miliardi per gli asset strategici nella difesa. Il decennale tedesco è passato dal 2,1 al 2,8% di rendimento nei 12 mesi al 10 dicembre 2025 e, a partire dai titoli a due anni, tutte le scadenze sono più remunerative oggi rispetto a un anno fa.
E i BTP italiani? Il cambiamento nella curva dei rendimenti è stato meno evidente, anche se la dinamica si riallaccia più alla storia dei Treasury: rispetto al dicembre 2024, oggi si osservano rendimenti inferiori sui titoli a breve scadenza e rendimenti più alti a partire dai BTP triennali. Un decennale oggi rende 37 punti base in più all’anno rispetto a un anno fa, ossia il 3,58%.
L’aumento dei rendimenti non è una buona notizia per chi ha in portafoglio obbligazioni, in quanto il prezzo dei titoli diminuisce – con maggiori rischi di perdite in caso di vendita prima della naturale scadenza. Per chi investe oggi, più rendimento è un’occasione? Gli investitori professionali restano molto cauti sulle scadenze lunghe, quelle che hanno visto i rialzi maggiori nei rendimenti offerti. Ma il consenso è meno solido su questo punto rispetto al recente passato, quando il rischio di aumenti nel rendimento a lungo termine era ancora di là da venire. Secondo l’ultimo sondaggio BofA, il 17% degli investitori obbligazionari crede che i bond a breve scadenza offriranno i migliori rendimenti a parità di rischio nel 2026, contro il 14% che vede questa opportunità nei bond a lungo termine.
“Gli investitori ritengono che nel 2026 le obbligazioni sulla parte corta della curva saranno il posto giusto dove stare, grazie ai bilanci-fortezza delle aziende europee e al sostegno strutturale derivante dagli acquisti dei fondi a scadenza prefissata”, affermano gli analisti di Bank of America. “Allo stesso tempo, il credito sulla parte lunga della curva è considerato quasi altrettanto interessante, alla luce delle aspettative più accomodanti sulla BCE”. Anche se, su quest’ultimo punto, i falchi a Francoforte stanno prendendo sempre più forza.

