Banche europee: le 5 sfide post-covid da 160 miliardi di euro

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In un nuovo studio di Oliver Wyman le cinque sfide che le banche europee dovranno affrontare per guidare la ripresa. Mettendo in gioco fino a 160 miliardi

Cinque le sfide da affrontare: prepararsi al ritiro delle misure di emergenza; sostenere la Capital market union e il Next generation Eu; finanziare la transizione climatica; accelerare la digitalizzazione del settore; e costruire una nuova infrastruttura finanziaria

In gioco complessivamente fino a 160 miliardi, pari al 25% dei ricavi totali attuali. Se saranno all’altezza, non solo rafforzeranno la loro posizione predominante nello scacchiere economico ma anche la fiducia della clientela

Tra filiali chiuse e processi ridisegnati nel cuore della notte, le banche europee hanno saputo reagire all’urto della pandemia, dando prova di resilienza durante uno dei più forti cali del prodotto interno lordo mai sperimentati. Ma le sfide che le attendono nell’era post-covid mettono sul tavolo fino a 160 miliardi di euro, l’equivalente del 25% dei ricavi totali attuali (645 miliardi).
Secondo il nuovo report Ready to lead: how banks can drive the European recovery di Oliver Wyman, sono cinque le strade che dovranno intraprendere: prepararsi al ritiro delle misure di emergenza; sostenere la Capital market union e il Next generation Eu; finanziare la transizione climatica; accelerare la digitalizzazione del settore; e costruire una nuova infrastruttura finanziaria. Un’opportunità “irripetibile”, stando alla società di consulenza manageriale statunitense, che gli istituti dovrebbero cogliere per sostenere la ripresa post-covid, acquisire un forte senso di scopo, incrementare i propri profitti e garantire la propria continua rilevanza.
Quanto alla prima sfida, quella della transizione al di là dell’emergenza, si parla di un impegno pari a 20 miliardi di euro di fatturato tra il 2022 e il 2023. Spetterà alle banche, spiegano i ricercatori, sostenere il ritiro dei prestiti emergenziali, riducendo al minimo le insolvenze e il numero di società zombie. Approcci “standardizzati”, scrivono, dovrebbero essere applicati in tutto il settore, col consenso del governo. Parallelamente, il mercato del credito alle imprese sta cambiando e gli istituti dovranno ridefinire il proprio ruolo. Il tutto nella cornice del Next generation Eu e della Capital market union: le banche dovranno essere “consulenti di fiducia, canalizzare diverse forme di capitale e aiutare i clienti a navigare nella più ampia gamma di soluzioni di finanziamento” per una sfida (la seconda) che vale 20 miliardi di euro per il Next Gen e 15-20 miliardi di euro per la Capital market union di fatturato equivalente indicativo.

C’è poi la tematica della transizione climatica, con l’Europa che si prepara a investire tra gli 1,5 e i 2mila miliardi di euro nell’economia verde. A tal proposito, racconta lo studio, le banche si sono impegnate a raggiungere l’azzeramento delle emissioni di carbonio nei loro portafogli prestiti entro il 2050 ma, per far ciò, “dovranno essere proattive nell’avviare progetti di transizione”. Gestendo anche eventuali conflitti tra obiettivi climatici e rendimenti finanziari, per una sfida che vale 25-50 miliardi di euro.

Nell’ottica della transizione anche il quarto punto, relativo all’economia digitale. Come spiega Oliver Wyman, nei prossimi 10 anni è possibile che nuove modalità di accesso ai prodotti bancari rappresentino il 10% del mercato del credito non ipotecario, dei depositi e dei pagamenti per i clienti al dettaglio e le piccole e medie imprese. Un approccio che potrebbe generare 40 miliardi di euro di entrate. Ma, a tal fine, gli istituti europei “dovranno essere aggressivi per competere con attori fintech e big tech e sviluppare servizi ed ecosistemi incentrati sulla clientela”, osservano i ricercatori.

Chiude il cerchio la sfida di una nuova infrastruttura finanziaria (dal valore tra i 10 e i 25 miliardi di euro, o più). “In generale, il sistema bancario deve adottare un approccio collaborativo, impegnandosi con i responsabili politici e le autorità di regolamentazione per identificare e fornire miglioramenti a livello di sistema”, si legge nel rapporto. E, nel frattempo, il lavoro di razionalizzazione, consolidamento, digitalizzazione e riduzione dei costi non dovrà subire una battuta di arresto, avvertono i ricercatori. Nel complesso, come anticipato, queste nuove sfide (o opportunità) mettono in gioco fino a 160 miliardi, pari al 25% dei ricavi totali attuali. Se gli istituti saranno alla loro altezza, non solo rafforzeranno la loro posizione predominante nello scacchiere economico, ma anche la fiducia della clientela. “Abbracciare il cambiamento e guidare la ripresa”, conclude Oliver Wyman, “è il modo migliore per loro per prosperare”. Ed evitare l’emarginazione.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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