Parità di genere: un tesoretto per il pil da 9mila miliardi

Rita Annunziata
27.8.2021
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La parità di genere è una questione economica, oltre che sociale: eliminare i divari potrebbe generare un impatto sul pil dei paesi del G20 da 9mila miliardi di dollari. A che punto siamo?

Eliminare il divario salariale e aumentare il tasso di occupazione femminile fino a eguagliare quello maschile potrebbe generare fino a 9mila miliardi di pil aggiuntivo, per una crescita dell’11,9%

Il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro varia notevolmente tra i paesi del G20, con un gap di 53 punti percentuali tra chi riporta la performance migliore (il Canada con il 75,6%) e chi quella peggiore (l’India con il 22,3%)

Sostengono la maggior parte delle responsabilità legate alla cura della casa, faticano a infrangere quel “soffitto di cristallo” che le divide dal raggiungimento di posizioni di leadership, e ottengono retribuzioni (ancora) inferiori rispetto ai loro colleghi. Eppure, l'empowerment femminile è anche una questione economica, oltre che sociale. Specie quando si parla di ripartenza post-covid. A districare i numeri del gap di genere nei paesi del G20 è The European House – Ambrosetti, in un nuovo rapporto presentato in occasione della riunione dei leader, dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali a Santa Maria Ligure. Che parte da un assunto: eliminare il divario salariale e aumentare il tasso di occupazione femminile fino a eguagliare quello maschile potrebbe generare fino a 9mila miliardi di pil aggiuntivo, per una crescita dell'11,9%. Ma andiamo per gradi.
Il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro varia notevolmente tra i paesi del G20, con un divario di 53 punti percentuali tra chi riporta la performance migliore (il Canada con il 75,6%) e chi quella peggiore (l'India con il 22,3%). L'Italia si posiziona 14esima, scivolando sotto la media (59,7%) con il 56,5%. Una percentuale che allontana la Penisola dal raggiungimento dei Brisbane target per la chiusura del gender gap (ricordiamo che in occasione del G20 del 2014, tenutosi in Australia nella città di Brisbane, i paesi si sono impegnati a ridurre il divario tra uomini e donne nel tasso di partecipazione alla forza lavoro del 25% entro il 2025 rispetto ai livelli del 2012, anche definito come “obiettivo 25x25”, ndr). Se da un lato infatti Giappone e Regno Unito hanno rispettato gli impegni, con una contrazione rispettivamente del 33,5 e del 25,4%, al tasso attuale l'Italia riuscirebbe nell'intento solo nel 2030, in ritardo di cinque anni.

Quante donne hanno un conto in banca?


Una situazione che si riflette anche sulle retribuzioni. Sebbene l'Italia si distingua per il divario salariale orario più basso tra i paesi del G20 (pari al 5,6%, contro una media del 20%), persiste un gap significativo nelle pensioni ricevute dalle donne del 31,9%. Inoltre, a livello aziendale solo il 29,5% delle professioniste ha accesso alle posizioni manageriali. Certo, la Golfo-Mosca ha dato impulso alla rappresentanza femminile nei board delle società quotate in Borsa e di quelle a controllo pubblico, scivolata dal 6,3% del 2009 al 36,3% del 2019. Ma nelle imprese non soggette a regolamentazioni specifiche i passi in avanti sono ben più lenti e le percentuali restano al di sotto della soglia necessaria (al 2019 si parlava del 17,7%). Altro punto a favore è quello relativo alle donne che posseggono un conto in banca, pari al 91,6% in Italia contro il 78% della media del G20.

I tre scenari: sul piatto da 7mila a 10mila miliardi


Ma molti passi restano ancora da fare. Come anticipato in apertura e spiegato dal rapporto, colmare il divario retributivo di genere e porre fine a quello occupazionale consentirebbe di generare un impatto economico non indifferente. Sono stati elaborati tre scenari. Nel caso in cui tutti i paesi raggiungessero il tasso di occupazione femminile registrato da quelli che hanno guadagnato le prime tre posizioni in tal senso (Canada, Germania e Giappone, con una media del 72%), l'impatto potrebbe superare i 7mila miliardi di dollari (pari al 9,8% del pil del G20). Qualora invece il tasso di occupazione femminile eguagliasse quello maschile, si parla di benefici per 9mila miliardi di dollari (11,9% del pil). Se, infine, eguagliasse quello maschile dei tre paesi sul podio (Germania, Giappone e Regno Unito, con una media dell'81,4%) si arriverebbe a 10mila miliardi di dollari (13,5%).
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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