Lotta all'evasione e limite al contante: 30 anni di saliscendi

alberto-battaglia
Alberto Battaglia
28.12.2021
Tempo di lettura: 5'
Da Andreotti a Conte: 6 cambi di rotta sul limite al contante, fra repressioni e aperture, fra lotta all'evasione e caccia al consenso

Secondo un recente studio di Bankitalia l'ultimo aumento del tetto al contante, introdotto nel 2016 dal governo Renzi,"ha avuto l'effetto collaterale di l'effetto collaterale di portare ad una maggiore economia sommersa”. Dal 1° gennaio si torna al minimo storico: un limite da 1.000 euro

Il limite all'utilizzo del contante è stato rivisto svariate volte, da quando un tetto è stato introdotto nel 1991. Ad averlo alzato i governi Berlusconi e Renzi; ad averlo abbassato quelli di Prodi, Monti, Conte, ma anche il Berlusconi IV

A partire da 1° gennaio 2022 il limite all'utilizzo del contante tornerà a quota 1.000 euro, il minimo storico già toccato circa dieci anni prima durante il governo Monti, con il decreto Salva Italia del 2011. Dal 2008 in poi l'alternanza politica dei governi ha portato con sé vari adeguamenti del tetto al contante, abbassandolo e rialzandolo, per un totale di ben sei “inversioni di rotta”.

Nella sua ottica di lungo periodo, comunque, i vincoli all'utilizzo del contante sembrano puntare verso crescenti restrizioni, dal momento che l'utilizzo di questa forma di pagamento apre la porta a possibili fenomeni di evasione fiscale. Nonostante si tratti di limitazioni impopolari, è un recente studio di alcuni tecnici della Banca d'Italia, “Pecunia olet”, a sottolineare come l'innalzamento delle soglie d'utilizzo del contante aumentino i fenomeni di evasione. L'ultimo aumento del tetto al contante, introdotto nel 2016 dal governo Renzi, “una misura motivata dall'obiettivo di aumentare la spesa, ha avuto l'effetto collaterale di l'effetto collaterale di portare ad una maggiore economia sommersa”, hanno scritto gli autori. “A parità di altre condizioni”, hanno aggiunti, “un aumento dell'1% nell'uso del cash porta a una crescita tra lo 0,8% e l'1,8% del valore aggiunto sommerso”.

Si comprende così perché dal 1991, anno nel quale il settimo governo Andreotti introdusse il primo tetto sui pagamenti in contanti a 20 milioni di lire (10.329 euro al cambio del 2002), si sia arrivati a ridurre la soglia di dieci volte, per l'appunto a quota 1.000 euro.

L'impopolarità della cosiddetta “guerra al contante” in Italia non è difficile da comprendere: l'utilizzo di questa forma di pagamento, nella Penisola, è fra i più diffusi in Europa. Secondo il più recente studio condotto in merito dalla Banca centrale europea, nel 2019 l'82% delle transazioni italiane è stato condotto in cash, il 58% in termini di valore.

Sono dati nettamente superiori a quelli della Francia o dell'area Benelux, ma sostanzialmente in linea con quelli di Germania e dell'Europa meridionale. Rispetto allo studio che la Bce aveva condotto tre anni prima, comunque, il contante appare in rapido declino: nel 2016 l'Italia eseguiva in contanti l'86% delle transazioni, il 68% in termini di valore (una differenza di ben 10 punti rispetto al 2019).



In un Paese come l'Italia, caratterizzato da una grande economia sommersa e da un diffuso utilizzo del contante, incentivare i pagamenti elettronici e ridurre gli spazi per le transazioni in contanti sembrerebbe una logica scelta di policy. Nella pratica, la ricerca di un equilibrio fra lotta all'evasione e ricerca del consenso ha prodotto ben sei “ripensamenti”.

  1. Dopo il passaggio all'euro, il limite introdotto nel 1991, successivamente convertito a 10.329,14 euro, fu innalzato a quota 12.500 già nel 2002, dal secondo governo Berlusconi (decreto ministeriale 17 ottobre 2002).

  2. La seconda inversione di rotta avvenne nel 2008 con il secondo governo Prodi che tramite il decreto legislativo 231 del 2007 portò tale limite a 5.000 euro.

  3. La decisione non ebbe vita lunga, visto che con il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi nel 2008 la soglia fu ripristinata a 12.500 euro (decreto legge 112 del 2008).

  4. Una quarta giravolta del tetto al contante avvenne già con lo stesso governo Berlusconi: prima nel 2010, da 12.500 a 5.000 euro, poi nel 2011, da 5.000 a 2.500 euro (dl 78 del 2010 e dl 138 del 2011). Più avanti nel corso dello stesso anno, nel pieno della crisi dello spread, il governo Monti abbassò il limite al minimo storico di 1.000 euro, con il già citato decreto Salva Italia.

  5. Il clima di ritrovata fiducia attorno al Paese ha spinto, meno di cinque anni più tardi, a rivedere nuovamente verso l'alto il limite al contante: da 1.000 a 3.000 euro, attraverso la legge di Stabilità 208 del 2015.

  6. Arriviamo, infine, alla storia recente: con il governo Conte bis, il quale ha previsto il ritorno del limite a 1.000 euro suddiviso in due “puntate”. La prima, entrata in vigore il 1° luglio 2020 (da 3.000 a 2.000 euro) e la seconda in arrivo a giorni, il prossimo 1° gennaio.


Le strade per scoraggiare l'uso del contante sono state molteplici e non solo legate al limite massimo sulle transazioni. Lo stesso Conte bis, nel novembre 2020, introdusse il piano Cashback per incoraggiare l'uso dei pagamenti elettronici in cambio di un rimborso del 10% sulle spese effettuate nei negozi. Il costo della misura, che si estendeva anche a transazioni non a rischio evasione come quelle nei supermercati, ha spinto il governo Draghi a non rinnovarla. Parallelamente, si prevede l'introduzione delle sanzioni per gli esercenti sprovvisti di POS per i pagamenti elettronici, a partire dal gennaio 2023. Secondo quanto prevede il decreto di attuazione del Pnrr, la multa arriverà fino a 30 euro, in aggiunta al 4% del valore della transazione per la quale il pagamento elettronico è stato rifiutato.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti