Il mercato continua a sottostimare il valore delle banche europee: ne è convinto Davide Serra, ceo di Algebris, come lo è anche (ma è ovvio) l’ad di UniCredit, Andrea Orcel. Esperienze mai dimenticate sul crollo delle banche nel dopo-2008, infatti, continuano a contenere i multipli del settore “a 7-8 volte gli utili”.
Contro le banche europee, dice Orcel dal Salone del Risparmio, “c’è sempre il timore che un rallentamento economico possa compromettere tutto, ma le banche europee oggi sono molto diverse dalle americane: sono più legate ai margini dei tassi, alla penetrazione dei clienti e all’efficienza”.
Dopo lo scoppio della guerra in Iran e l’esplosione dei costi petroliferi, l’ipotesi che una nuova ondata di default possa peggiorare i conti delle banche ha portato a una moderazione degli entusiasmi sul settore – che ora è in sottoperformance relativa rispetto al resto del mercato europeo, invertendo la tendenza positiva degli ultimi anni.
“L’inflazione e i tassi alti sono in realtà positivi per noi, perché aumentano il margine di interesse e liberano capitale, anche se i volumi diminuiscono. In UniCredit abbiamo accantonato 1,7 miliardi di overlays per coprire eventuali rischi futuri, quindi siamo pronti a gestire il ciclo del credito”.
Se qualcosa dovesse andare storto nell’economia, le banche europee hanno cuscinetti di capitale effettivi molto più corposi delle controparti americane (“sono de facto 4 o 5 volte superiori a quelli del passato grazie ai nuovi modelli regolamentari”).
Inoltre, le banche europee si sono asciugate negli anni dei tassi a zero, hanno tagliato i costi e, quando il ciclo dei tassi si è invertito, “le forbici si sono allargate e la redditività è sostenibile”.
Efficienza, capitale e AI: la nuova leva sulla redditività
La nuova frontiera sarà tagliare i costi con l’intelligenza artificiale. Orcel non si nasconde: approvazioni creditizie per le imprese che richiedono sei settimane in un processo umano possono scendere a 13 minuti, utilizzando modelli pilota di UniCredit, che come altre banche sta sperimentando l’AI su questo terreno. Dietro quelle sei settimane c’è molto lavoro umano che, ammette Orcel, diventerà “ridondante”. E, tecnicamente, lo sarebbe già entro un anno – salvo poi tenere conto che ogni implementazione dell’AI in processi delicati come l’analisi del merito di credito richiede specifiche autorizzazioni regolamentari (e l’AI Act categorizza come “ad alto rischio”, con tutela rafforzata, l’uso dell’intelligenza artificiale nella valutazione del merito creditizio).
Non è un segreto che, nella ricetta di taglio dei costi, UniCredit continui a spingere anche nel suo piano industriale, con un taglio dell’1% annuo fra 2026 e 2028. Ma l’ad di UniCredit rassicura: “Stiamo usando la nostra università aziendale per formare le persone e spostarle verso il front office e la generazione di ricavi. Se non avessimo un piano di espansione per assorbire queste persone, non potremmo implementare l’AI così rapidamente”.
Il mercato ha già premiato la gestione Orcel, imprimendo alle azioni UniCredit un forte cambio di passo dall’inizio del suo incarico nell’aprile del 2021. Parte della ricetta, racconta l’ad, sta nell’“approccio anglosassone”, in cui si appiattisce l’organizzazione per guadagnare velocità, “promuovendo riunioni multilivello dove anche i profili junior possono dare le idee migliori senza che questo sia visto come una mancanza di rispetto”, racconta. “In media passo a Milano solo uno o due giorni a settimana, dedicando il resto del tempo a viaggiare nel nostro network per avere un dialogo veritiero e diretto, senza i filtri delle gerarchie”.
Allineamento degli interessi e cultura manageriale: il fattore Orcel
Per Serra, poi, ha avuto un peso anche l’allineamento degli interessi di Orcel con la banca che guida, grazie a retribuzioni fortemente concentrate in azioni della stessa UniCredit. Il risultato, nella finanza personale di Orcel, però, produce un portafoglio molto concentrato e che l’ad di UniCredit non si sente di consigliare: “Non sono un buon modello. Per investire non ho tempo e sono molto focalizzato e concentrato sull’azienda in cui lavoro”: insomma, riassume, il suo è un portafoglio fatto di immobili, liquidità e titoli UniCredit.
Un approccio che, per Serra, è l’ennesima occasione per ricordare i vecchi tempi: “Da analista avevo l’allergia per i banchieri di investimento che di solito ti fregavano con deal strani: mi colpì che già allora avevi questo approccio da imprenditore, da owner, e dicevi da investment banker ‘io questo deal lo vorrei fare con i miei soldi’, non eri di quelli che davano il consiglio per prendere la fee e scappare”. L’allineamento degli interessi fra manager e banche europee è uno degli aspetti che rendono, d’altro canto, il settore attrattivo agli occhi di Serra. È un principio che molti risparmiatori cercano sempre di più non solo nella veste di azionisti, ma anche nel dialogo con il proprio consulente quando in gioco ci sono i propri investimenti.

