Big del petrolio ed emissioni CO2: l'alterco sull'accordo di Parigi

Gloria Grigolon
Gloria Grigolon
31.5.2021
Tempo di lettura: 3'
Il 1996 è stato un anno spartiacque per l'industria del tabacco. Grady Carter, ex controllore del traffico aereo, fumatore da 43 anni, si è ammalato di cancro ai polmoni. L’uomo ha poi vinto la prima causa individuale contro le big del tabacco...
Nel giorno successivo al primo verdetto che accusava le big del tabacco di possibile legame con patologie cancerogene ai polmoni, nella seconda metà degli anni '90, il prezzo delle azioni delle compagnie di tabacco americane scese in maniera netta (nell'ordine del 10%), cancellando miliardi di dollari di capitalizzazione dal mercato. Oggi, ad un annuncio analogo legato però ad un altro settore, il mercato sembra muoversi con molta più moderazione. Cos'è successo?

La pronuncia contro Royal Dutch Shell


Se la data di mercoledì 26 maggio 2021 per molti non significherà nulla, per le big del petrolio sarà una ricorrenza difficilmente dimenticabile. Un tribunale olandese ha stabilito per la prima volta che la compagnia petrolifera olandese Royal Dutch Shell - si legge nella pronuncia - dovrà “limitare” il volume annuo aggregato di “tutte le emissioni di CO2 nell'atmosfera” a prescindere dalla loro natura, “in misura tale che il volume venga ridotto di almeno il 45% netto a fine 2030, rispetto ai livelli del 2019”.

Eppure, “contrariamente alle compagnie del tabacco, il prezzo delle azioni di Shell si è appena spostato” commenta Nick Stansbury, Head of Climate Solutions di Legal and General Investment Management (LGIM). Il titolo ha perso circa il 2,8% alla borsa di Amsterdam il giorno precedente alla pronuncia, restando poi pressoché invariato, complice anche l'outlook positivo sul prezzo del petrolio per i prossimi mesi (l'ultimo report mensile dell'EIA, Agenzia internazionale dell'Energia, prevede una domanda ben più forte dell'offerta per la seconda metà del 2021).

Il caso era stato sollevato nel 2019 dalla filiale olandese di Friends of the Earth (Milieudefensie), e sostenuto da altri sei gruppi e più di 17.000 cittadini olandesi, i quali affermavano che la multinazionale anglo-olandese avrebbe dovuto raggiungere gli obiettivi contenuti nell'Accordo di Parigi del 2015. A febbraio 2021, Shell ha dichiarato di aver fissato nuovi obiettivi per ridurre la propria impronta di carbonio netta del 20% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 100% entro il 2050. La stessa aveva però sottolineato in tale sede che non esiste una base giuridica per il caso e che sono i governi i responsabili del raggiungimento degli obiettivi di Parigi, non le singole aziende.

Big del petrolio ed emissioni CO2


Come mai il mercato non ha dato segni di preoccupazione alla pronuncia del tribunale? Secondo l'esperto di LGIM, ciò suggerisce due potenziali risposte: “O il mercato pensa che il verdetto sarà impugnato con successo (il che potrebbe essere vero), o la pronuncia avrà un impatto limitato”.

Con la decisione del tribunale olandese, la corte accetta quella che fino ad ora è stata “una visione minoritaria”: l'argomento secondo cui una società che riduce unilateralmente l'offerta di petrolio cambierà la quantità di petrolio che viene consumata a livello globale non sembra reggere.
“Storicamente è stato accertato che costringere una compagnia petrolifera a smettere di produrre petrolio (in assenza di un cambio strutturale della domanda o di un contesto politico generalizzato, ndr) crea solo spazio per un'altra compagnia petrolifera di prendere il suo posto e colmare il vuoto di produzione”.

La seconda osservazione è che, secondo questa sentenza, “Shell può essere ritenuta responsabile per le cose che fa al di fuori dei Paesi Bassi in relazione al danno che il consumo dei suoi prodotti causerà in futuro”. Ancora di più, “il giudice sembra accettarlo, anche se quel danno non può essere attribuito direttamente e in modo specifico a un dato barile di petrolio prodotto proprio da Shell”.

Vi è quindi un'ultima questione secondo l'esperto: l'assunzione che una riduzione massiccia delle emissioni di CO2 da parte dei player del petrolio possa effettivamente impattare sul cambiamento climatico. “Riteniamo che sia fondamentale che l'industria petrolifera globale allinei la sua produzione agli obiettivi di Parigi. Ma ciò deve essere fatto di pari passo con la politica, i cambiamenti della domanda e la ricostruzione del comparto energetico mondiale. Costringere una società a farlo in tribunale può (se efficace) portare solo a prezzi più alti e a mancati profitti” aggiunge Stansbury.

I tribunali non ci sembrano la sede ottimale in cui risolvere la crisi climatica mondiale; perseguire la politica climatica in questo modo rischia di imporre il costo della transizione sulle spalle dei più poveri attraverso lo strumento del prezzo, piuttosto che una transizione giusta ed equa che distribuisce il costo tra coloro che sono più in grado di pagare”.

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