Fed prepara un nuovo rialzo, dopo il salvataggio di First Republic

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Il comparto bancario Usa finora non ha dato cenni di recupero in Borsa, nonostante le misure anti-contagio: il punto sul settore

JPMorgan pagherà 10,6 miliardi per acquisire la banca finita sull’orlo del fallimento dalla Federal Deposit Insurance Corporation, la quale si impegnerà a coprire perdite per 13 miliardi di dollari sulle attività della banca

Per il momento il bilancio di Borsa resta severo per il comparto bancario Usa. Da inizio anno al 1° maggio l’S&P 500 ha guadagnato complessivamente l’8,55%, mentre l’indice S&P Banks Select Industry ha ceduto il 20,77%

First Republic Bank, la banca regionale americana da subito indicata come l’anello debole del sistema dopo i fallimenti di Silicon Valley Bank e Signature, sarà acquistata da JPMorgan Chase. Il valore di Borsa dell’istituto, già pesantemente penalizzato dalla crisi di fiducia innescata dal caso Svb, si era ulteriormente dimezzato in seguito alla pubblicazione dei risultati finanziari del primo trimestre, lo scorso 24 aprile, che avevano ufficializzato una fuga dai depositi da 102 miliardi di dollari: valore che superava di oltre la metà il totale dei conti correnti che First Republic aveva riportato a fine 2022. 

JPMorgan pagherà 10,6 miliardi per acquisire la banca finita sull’orlo del fallimento dalla Federal Deposit Insurance Corporation, la quale si impegnerà a coprire perdite per 13 miliardi di dollari sulle attività della banca. Grazie a questo accordo, JPMorgan potrà estrarre valore dall’operazione e, secondo una stima citata dal New York Times, incrementare il suo utile netto di 500 milioni di dollari per quest’anno.

La decisione è stata annunciata nella tarda notte, fra il 30 aprile e il primo maggio, e dimostra l’urgenza con la quale, a dispetto delle regole sulla concorrenza, la maggiore banca americana potrà allargare ulteriormente la propria posizione sul mercato Usa. Fra gli addetti ai lavori l’epilogo di First Republic non rappresenta una sorpresa e non ci si aspetta una grande reazione sui mercati: il titolo JPMorgan, in seguito alla notizia, ha comunque guadagnato il 2% a Wall Street (per poi perdere quota, però, nella seduta del 2 maggio).

Quello di First Republic “potrebbe essere l’ultimo dei fallimenti bancari significativi negli Stati Uniti e con la Fed che ha quasi terminato i suoi aumenti dei tassi di interesse, ma le pressioni macro più ampie non sono finite. I continui deflussi di depositi verso i fondi del mercato monetario a più alto rendimento stanno mettendo sotto pressione sia la redditività delle banche che la loro capacità di erogare prestiti”, ha dichiarato a We Wealth il market analyst di eToro, Gabriel Debach. “Gli standard di prestito delle banche si sono già inaspriti e sta per arrivare un’intensificazione della vigilanza regolamentare”, ha aggiunto Debach, “le banche di medie dimensioni sono particolarmente importanti per i prestiti agli immobili commerciali e alle piccole imprese”, come aveva messo in luce alcuni giorni fa anche un approfondimento degli analisti di Goldman Sachs.

Anche il senior market strategist di IG Italia, Filippo Diodovich, è dell’idea che l’ultima parola sui salvataggi bancari americani potrebbe essere ancora da pronunciare. “Crediamo che l’acquisizione di First Republic da parte di JPMorgan Chase sia una soluzione tampone al problema della crisi delle banche regionali”, ha affermato a We Wealth, “il fenomeno dell’outflow di depositi dalle banche di medio/piccole dimensioni verso i grandi istituti dovrebbe continuare e mettere in pericolo altre banche regionali come evidenziano le recenti performance di Western Alliance, Pacwest Bancorp, Comerica e Zions Bancorp”.

Tolte le castagne dal fuoco del possibile fallimento “traumatico” di First Republic, che avrebbe potenzialmente allertato i depositanti di altre banche medio-piccole, ci si interroga sull’eventuale recupero del settore anche sul fronte dei corsi azionari.

Per il momento il bilancio di Borsa resta severo per il comparto bancario Usa. Da inizio anno al 1° maggio l’S&P 500 ha guadagnato complessivamente l’8,55%, mentre l’indice S&P Banks Select Industry ha ceduto il 20,77% e l’indice S&P dedicato alle banche regionali addirittura il 29,36%. Rispetto a inizio aprile, quando il grosso delle perdite legate al fallimento di Svb erano già state incorporate nei prezzi, il settore bancario Usa non ha certo recuperato: anzi, ha ceduto un ulteriore 3,39%.

Ad aver contribuito alla correzione nei prezzi non è stata solo l’eventualità, da molti ritenuta remota, di una vera e propria crisi bancaria, quanto la consapevolezza che le condizioni di funding delle banche si sarebbero fatti meno favorevoli e avrebbero ridotto i margini di profitto del settore.

Nonostante in Europa le ipotesi di crisi bancaria fossero assai meno concrete, a fronte di una maggiore supervisione e capitalizzazione media degli istituti, le medesime dinamiche sull’andamento futuro dei profitti ha colpito il valore del comparto. L’Euro Stoxx 600 e l’indice settoriale Stoxx Banks hanno registrato nell’ultimo mese (al 2 maggio), una performance pressoché simile, con un rialzo intorno al 2%. Se però si allarga l’osservazione agli ultimi tre mesi e, dunque, si include l’impatto delle vicende di Svb e di Credit Suisse, il comparto bancario europeo risulta in calo per oltre il 7%, mentre nello stesso periodo l’indice generale Stoxx 600 ha guadagnato il 2,5%.

Negli Stati Uniti la possibilità di un recupero delle azioni bancarie “dovrà essere maggiormente monitorata” rispetto a un forse più prevedibile vento favorevole per il comparto growth, ha affermato Debach. “Persino Warren Buffett, tra i principali investitori di sempre sul settore, risulta essere al momento tirato fuori da nuovi investimenti“, ha detto l’analista di eToro, “nonostante le quotazioni maggiormente a sconto rispetto a pochi mesi addietro”. A fargli eco, in un’intervista al Financial Times, c’è anche il vicepresidente del Berkshire Hathaway e socio d’affari di Buffett, Charlie Munger, che ha espresso preoccupazioni sul mercato immobiliare, con le banche piene di quelli che ha definito “prestiti inesigibili”.

E sul comparto bancario europeo? Anche se il contesto è diverso, “le preoccupazioni americane tendono spesso ad ampliarsi nel Vecchio Continente, per cui prevale ancora la cautela” in attesa della pubblicazione delle trimestrali, ha affermato Debach.

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L’influenza del credito bancario, in vista della Fed

Le condizioni di credito più difficili negli Stati Uniti osservate finora, “potrebbero accelerare il rallentamento economico in arrivo, ma anche l’alleggerimento dell’inflazione e dei tassi d’interesse”, ha affermato Debach, una stretta sulla liquidità che sta facendo parte del lavoro della Fed.

“Le difficoltà del settore delle banche regionali potrebbero dare ulteriori argomentazioni ai membri più dovish all’interno della commissione operativa del Fomc”, ha aggiunto Diodovich, i quali inviteranno a considerare una pausa nel processo di rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve in estate. “Riteniamo che per domani la Fed alzerà il costo del denaro negli Stati Uniti di 25 punti base, portandoli nel range 5-5,25%”, è la previsione di IG Italia, “e lascerà intendere di volere aspettare prima di procedere a ulteriori variazioni sui tassi”.

Nel frattempo, anche in Europa la stretta sul credito si è fatta sentire più del previsto, secondo quanto emerso dall’ultimo sondaggio della Bce. La riduzione sui prestiti alle imprese per l’acquisto di abitazioni “è stata più forte di quanto previsto dalle banche nel trimestre precedente e indica un persistente indebolimento della dinamica dei prestiti”, dovuta soprattutto “a una maggiore percezione del rischio e, in misura minore, una minore propensione al rischio da parte delle banche”.

Gli articoli pubblicati sono stati realizzati da giornalisti e contributors di We Wealth e vengono forniti a Poste Premium a scopo informativo.


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