Quanto costa un Big Mac? Questione di cambi e inflazione

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Quanto costa il panino iconico di McDonald’s in giro per il mondo? Esiste un indice – il Big Mac Index – che fornisce proprio questa risposta. Ed è uno strumento puntuale e semplice per capire l’economia

VisualCapitalist, sito di informazione economico-finanziaria, ha riportato gli ultimi dati aggiornati al 2022 del Big Mac Index, spiegandone pregi e difetti

Si tratta di un indice creato dal The Economist negli anni ottanta utilizzato dagli economisti per spiegare in maniera semplice ed intuitiva concetti come la parità del potere d’acquisto

In Venezuela dal 2005 ad oggi il prezzo del Big Mac è aumentato di ben il 250%, dato che si spiega in larga parte alla luce dell’iperinflazione registrata nel paese negli ultimi anni

Era il 1967 quando Jim Delligati creò quella che con il tempo è diventata la catena di fast food più famosa al mondo, il McDonald’s. Da allora i suoi panini hanno raggiunto ogni dove e oggi vengono consumati in ben 70 paesi.  Tant’è che il prezzo di un Big Mac – il panino più iconico del clown Ronald – è diventato un benchmark internazionale per valutare la sopravalutazione o sottovalutazione delle valute, l’inflazione e la parità di potere d’acquisto.

Cambi sopra/sottovalutati

Inventato nel 1986 dal The Economist, il Big Mac Index, è infatti il principale strumento per misurare la parità del potere d’acquisto, concetto economico che si basa sull’idea che il tasso di cambio tra due paesi dovrebbe essere uguale al rapporto tra i rispettivi poteri d’acquisto. Dato che McDonald’s è una delle più grandi aziende al mondo e il Big Mac è ampiamente disponibile a livello globale, quest’ultimo si presta perfettamente come base di confronto per valutare il potere d’acquisto tra i diversi paesi e la sopravalutazione o sottovalutazione delle valute. Ad esempio, un Big Mac costa 24,40 yuan in Cina e 5,81 dollari negli Stati Uniti. Confrontando il tasso di cambio implicito con il tasso di cambio effettivo, si evince come lo Yuan sia sottovalutato di ben il 34%. Rapportando i prezzi del Big Mac nelle due valute infatti si evince un rapporto di 4.20, inferiore al tasso di cambio effettivo di 6.37.

I Big Mac più costosi al mondo

La Svizzera si aggiudica il “premio” per il Big Mac più costoso, seguita da vicino dalla Norvegia. Rispettivamente nei due paesi si paga l’equivalente di 6,98 dollari e 6,93 dollari per mangiare il mitico panino di Ronald. C’è da sottolineare come in entrambi i paesi, seppur i prezzi siano in generale a livelli molto alti, anche i salari sono più elevati rispetto alla gran parte dai paesi Ocse. Negli ultimi anni è invece il Venezuela il paese che ha conosciuto il più grande aumento dei prezzi degli hamburger, con il costo che è salito di quasi il 250% dal 2004. Dato che non sorprende dal momento che il paese è stato afflitto dall’iperinflazione per anni. A prima battuta invece può meravigliare come in Turchia sembra il prezzo del panino sembra essere diminuito. In realtà ciò è dovuto al fatto che i prezzi sono indicati in dollari Usa e la nuova lira turca si è deprezzata rispetto al dollaro di oltre il 90% da quando è stata introdotta nel 2005. Infine, vale la pena notare che la Russia ha il Big Mac più economico, riflettendo i livelli di prezzo più bassi del paese. Il costo del lavoro in Russia è circa un terzo di quello in Svizzera.

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Fonte: VisualCapitalist

I limiti della Burgernomics

Oltre ai pregi, il Big Mac Index ha anche dei difetti. Gli economisti in particolare nel tempo hanno mosso tre diverse critiche. La prima è che il McDonald’s non è presente in tutti i paesi del mondo. Ciò significa che la portata geografica dell’indice è limitata. Inoltre il prezzo di un Big Mac riflette il costo di fattori, come la manodopera, che non sono indice dei valori valutari relativi. Infine, è un indice che è calcolato su un solo bene e dunque rispetto ad altri misure, come l’indice dei prezzi al consumo, è meno significativo. Ad ogni modo, nonostante queste limitazioni, il Big Mac Index funge da buon punto di partenza per comprendere la parità del potere d’acquisto. Si potrebbe dire che attraverso la semplicità degli hamburger, la complessa teoria economica è più facile da digerire.

Gli articoli pubblicati sono stati realizzati da giornalisti e contributors di We Wealth e vengono forniti a Poste Premium a scopo informativo.


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