Capital Group analizza le dinamiche dell’inflazione e dell’intelligenza artificiale nel mercato obbligazionario con Rima Sen, co-head of credit presso Willis Towers Watson, e Jason Davis, European sovereign analyst presso Capital Group.
Gli investitori obbligazionari dovrebbero preoccuparsi di più dell’inflazione o della deflazione?
Secondo gli esperti, le prospettive cambiano se si guarda al breve o al lungo periodo. “Da un lato abbiamo shock dell’offerta nel breve periodo”, afferma Davis. “Ma non dobbiamo perdere di vista le dinamiche di lungo periodo, che continuano a essere importanti. Nel lungo termine, infatti, l’AI potrebbe avere un effetto disinflazionistico, soprattutto se contribuirà ad aumentare la produttività”.
Sulla possibilità che il vantaggio statunitense nell’AI possa rafforzare l’economia e rendere gli Stati Uniti un debitore migliore, Davis invita a distinguere i diversi orizzonti temporali. Nel breve periodo, gli ingenti investimenti legati all’AI potrebbero produrre inflazione e tassi più elevati. Nel lungo termine, invece, l’aumento della produttività potrebbe avere effetti disinflazionistici. Il principale timore dell’analista riguarda la possibile sostituzione di parte della domanda di lavoro umano e, nel frattempo, una pausa nelle assunzioni da parte delle aziende.
Alle pressioni disinflazionistiche di lungo periodo si aggiunge l’impatto della Cina: “Esiste una forte concorrenza nei mercati delle esportazioni tra, ad esempio, Europa e Cina. Credo che uno dei pochi modi per tornare competitivi sia ridurre i prezzi”, osserva l’analista.
Anche secondo Sen si tratta di aspetti da non trascurare, prendendo in considerazione tutti gli scenari possibili. Per farlo, bisogna attrezzarsi per non farsi trovare impreparati: “Esistono gli strumenti più ovvi, come le materie prime e le obbligazioni indicizzate all’inflazione”, spiega. E aggiunge: “Stiamo inoltre guardando con attenzione a immobili e infrastrutture”. Accanto a questi, Sen cita strumenti meno evidenti, come l’esposizione a tasso variabile tramite il credito alternativo e le attività a durata più breve. “Vogliamo assicurarci di restare diversificati, mantenere un approccio ampio e considerare molteplici scenari”, afferma.
Cosa dice la composizione dei rendimenti sulla credibilità delle banche centrali?
La composizione dei rendimenti dice molto su quanto i mercati ritengano credibili le banche centrali, cioè sulla loro capacità di intervenire se l’inflazione rappresentasse un problema.
Secondo Davis, le aspettative d’inflazione implicite nei mercati, misurate anche attraverso i cosiddetti break-even d’inflazione, non sono particolarmente elevate: un segnale del fatto che il mercato ritiene ancora credibili le banche centrali. Questo quadro è coerente con gli swap sull’inflazione, che indicano aspettative attorno al 2%.
Sono invece i rendimenti reali a essere aumentati notevolmente. “L’aumento dei rendimenti reali dipende in parte dalle maggiori emissioni di debito, che possono essere collegate alla sostenibilità fiscale, ma è anche un segnale che il mercato ritiene le banche centrali credibili nella lotta contro l’inflazione”, afferma l’esperto.
“Oggi i rendimenti reali superano il 2% negli Stati Uniti, l’1% in Europa e sono ancora più elevati nel Regno Unito. Credo quindi che vi siano elementi di attrattività”, commenta l’analista.
Al contrario, secondo Davis, se il mercato mettesse in dubbio la credibilità delle banche centrali, le aspettative d’inflazione sarebbero ben superiori all’obiettivo del 2%, mentre i rendimenti reali risulterebbero artificialmente troppo bassi.
Sen, a sua volta, concorda sul fatto che la volatilità dell’inflazione abbia reso nuovamente interessante il mercato dei tassi, creando opportunità di generare alpha, cioè rendimento aggiuntivo rispetto al mercato.
AI: come sta influenzando i mercati obbligazionari?
Riguardo all’intelligenza artificiale, la view degli esperti è che i segmenti del credito con una forte esposizione al settore software – tra cui prestiti, CLO, obbligazioni high yield e credito privato – abbiano inizialmente subito forti vendite in maniera indiscriminata.
Successivamente, il mercato ha iniziato a distinguere tra vincitori e perdenti. Tuttavia, è ancora troppo presto per capire quali aziende emergeranno davvero.
“Serviranno anni per capire quali aziende sapranno integrare efficacemente l’AI, quali saranno le prime ad adottarla con successo e quali rischieranno invece di diventare obsolete. Molto dipenderà dalla capacità dei gestori di portafoglio e degli investitori di individuarle”, afferma Sen.
Dove si trovano, dunque, le migliori opportunità?
Sen manifesta il suo interesse nei confronti dei tassi dei Paesi emergenti. “Ora che i rendimenti sono più elevati e riteniamo che la disciplina delle banche centrali e dei governi dei Paesi emergenti sia oggi relativamente alta rispetto a quella dei Paesi sviluppati, questi mercati sono diventati ancora più interessanti che in passato, anche se tendono a rappresentare un’allocazione strutturale”, spiega.
Anche Davis vede opportunità nei mercati emergenti. Quanto ai mercati sviluppati, individua il maggior potenziale negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
Negli Stati Uniti, nonostante le preoccupazioni sull’inflazione legate anche agli ingenti investimenti nell’AI, Davis osserva che la crescita economica si è mantenuta intorno al 2%, quindi su livelli piuttosto contenuti. Riallacciandosi alla precedente riflessione, afferma: “Riteniamo che l’economia possa rallentare verso la fine dell’anno, che le preoccupazioni sull’inflazione si attenuino e che, invece, possano riemergere in qualsiasi momento i timori legati al mercato del lavoro”.
Quanto al Regno Unito, Capital Group crede che i prezzi delle obbligazioni britanniche incorporino già molti dei rischi politici. Proprio perché questi rischi hanno già contribuito a far scendere i prezzi e salire i rendimenti, Davis ritiene che, nel lungo periodo, le obbligazioni britanniche siano relativamente convenienti.

